ERIC HOBSBAWM.
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COME CAMBIARE IL MONDO.
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Parte 2.
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Titolo originale: How To Change the World. 2011.
2011. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 5. Sul Manifesto del partito comunista.
CAPITOLO 6. Scoprire i Grundrisse.
CAPITOLO 7. Marx e le formazioni precapitalistiche.
CAPITOLO 8. Le fortune degli scritti di Marx ed Engels.
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Parte seconda. IL MARXISMO.
CAPITOLO 9. Il dottor Marx e i critici vittoriani.
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FINE Indice.
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CAPITOLO 5. Sul Manifesto del partito comunista*.
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1.
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Nella primavera del 1847, Karl Marx e Friedrich Engels decisero di entrare nella cosiddetta Lega dei giusti (Bund der Gerechten), una filiazione della Lega dei proscritti (Bund der Gechten). Questa era una societ segreta costituita sotto l'influenza rivoluzionaria francese da operai a giornata tedeschi, soprattutto sarti e falegnami nella Parigi degli anni Trenta. Allora era ancora principalmente composta da questi artigiani radicali espatriati. La Lega, convinta dal loro "comunismo critico", si offr di pubblicare un manifesto redatto da Marx ed Engels come proprio documento politico, nonch di modernizzare la propria organizzazione secondo le loro direttive. E in effetti fu riorganizzata nell'estate del 1847 e ribattezzata Lega dei comunisti (Bund der Kommunisten), abbracciando l'obiettivo del "rovesciamento della borghesia, il dominio del proletariato, la fine della vecchia societ che si fonda sulle contraddizioni di classe [Klassengegenstzen] e la fondazione di una nuova societ senza classi o propriet privata".1 Un secondo congresso della Lega, tenutosi a Londra nel novembre-dicembre 1947, accett formalmente tali obiettivi e i nuovi statuti, e invit Marx ed Engels a redigere il nuovo manifesto che esponeva gli scopi e le linee politiche della Lega.
Sebbene ne avessero preparato delle bozze, e il documento senz'altro riflettesse le idee di entrambi, il testo finale fu quasi certamente scritto da Marx, dopo un fermo sollecito da parte della direzione, poich egli, allora come in seguito, trovava difficile ultimare i suoi lavori se non sotto la pressione di una rigida scadenza. La quasi totale assenza di prime stesure parrebbe suggerire che venne scritto rapidamente.2 Il risultante documento di ventitr pagine, dal titolo Manifesto del partito comunista (pi comunemente noto dal 1872 come il Manifesto dei comunisti) fu pubblicato nel febbraio 1848, stampato nella sede della Workers' Educational Association (Associazione per l'educazione dei lavoratori, meglio conosciuta come Kommunistischer Arbeiterbildungsverein, che sopravvisse fino al 1914), al numero 46 di Liverpool Street, nella City di Londra.
Questo piccolo pamphlet quasi certamente fu di gran lunga il pi influente scritto politico dai tempi della rivoluzionaria Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Per un colpo di fortuna venne divulgato solo una o due settimane prima dello scoppio delle rivoluzioni del 1848, che si propagarono come un incendio da Parigi in tutto il continente europeo. Bench il suo orizzonte fosse senza ambiguit internazionale - la prima edizione annunciava con un certo ottimismo, ma erroneamente, l'imminente pubblicazione del Manifesto in inglese, francese, italiano, fiammingo e danese - all'inizio il suo impatto fu avvertito solo nel mondo tedesco. Per quanto piccola, la Lega dei comunisti gioc un ruolo tutt'altro che insignificante nella rivoluzione tedesca, anche grazie al giornale "Neue Rheinische Zeitung" (1848-49), diretto da Karl Marx. La prima edizione del Manifesto fu ristampata tre volte in pochi mesi, pubblicata a puntate nella "Deutsche Londoner Zeitung", corretta e ricomposta tipograficamente nell'aprile o nel maggio del 1848 in trenta pagine, ma spar dalla circolazione con il fallimento delle rivoluzioni del 1848. Quando Marx si era ormai stabilito nel suo esilio a vita in Inghilterra, nel 1849, l'opuscolo era diventato abbastanza raro da fargli considerare una ristampa della sezione III ("Socialistische und kommunistische Literatur") nell'ultimo numero della sua rivista "Neue Rheinische Zeitung, politisch-konomische Revue" (novembre 1850), che aveva a malapena qualche lettore.
Nessuno avrebbe previsto un grande futuro per questo scritto negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta dell'Ottocento. Una nuova edizione a modesta tiratura fu diffusa privatamente a Londra da un tipografo tedesco, rifugiato politico, forse nel 1864, mentre un'altra edizione limitata apparve a Berlino nel 1866, la prima mai uscita in Germania. Tra il 1848 e il 1868 non sembrano esserci state traduzioni, se si eccettua una versione svedese pubblicata probabilmente alla fine del 1848, e una inglese nel 1850, significativa nella storia bibliografica del Manifesto soltanto perch la traduttrice, a quanto pare, si era consultata con Marx o (dal momento che viveva nel Lancashire) pi probabilmente con Engels. Entrambe le versioni sparirono senza lasciare traccia. A met degli anni Sessanta, quasi nulla di quanto Marx aveva scritto era ancora in circolazione.
Il ruolo di primo piano di Marx nell'Associazione internazionale dei lavoratori (la cosiddetta "Prima Internazionale", 1864-72) e la comparsa, in Germania, di due importanti partiti operai, entrambi fondati da ex membri della Lega dei comunisti, suoi estimatori, portarono a un revival di interesse per il Manifesto, cos come per altri suoi scritti. In particolare, la sua eloquente difesa dalla Comune di Parigi del 1871 (meglio nota come La Guerra civile in Francia), gli valse una notevole fama presso la stampa come pericoloso leader della sovversione internazionale, temuta dai governi. Pi specificamente, il processo per tradimento contro i capi del Partito socialdemocratico tedesco, Wilhelm Liebknecht, August Bebel e Adolf Hepner, nel marzo 1872, procur una pubblicit inaspettata al Manifesto. L'accusa ne lesse il testo in aula, offrendo cos ai socialdemocratici la prima opportunit di pubblicarlo legalmente e in larga tiratura come parte degli atti processuali. Era ovvio che un documento pubblicato prima della rivoluzione del 1848 poteva aver bisogno di un aggiornamento e di un commento esplicativo, perci Marx ed Engels produssero la prima della serie di prefazioni che da allora di solito hanno accompagnato le nuove edizioni del Manifesto.3 Per questioni legali, la prefazione non pot essere ampiamente distribuita all'epoca, ma di fatto l'edizione del 1872, basata su quella del 1866, divenne il fondamento di tutte quelle successive. Nel frattempo, tra il 1871 e il 1873, apparvero almeno nove edizioni del Manifesto in sei lingue.
Nei quarant'anni seguenti, il Manifesto conquist il mondo, sospinto dall'ascesa dei nuovi partiti operai (socialisti), nei quali l'influenza marxista era aumentata rapidamente negli anni Ottanta. Nessuno di questi scelse di chiamarsi Partito comunista fino a quando i bolscevichi russi tornarono al nome originale, dopo la Rivoluzione d'ottobre, ma il titolo Manifesto del partito comunista rest invariato. Gi prima della Rivoluzione russa del 1917 era stato pubblicato in circa trenta lingue, in centinaia di edizioni, comprese tre in giapponese e una in cinese. Ciononostante, l'area in cui esercit maggiore influenza fu la fascia centrale dell'Europa, dalla Francia a ovest, alla Russia a est. Non c' da sorprendersi che il maggior numero di edizioni fosse in lingua russa (settanta), pi trentacinque nelle lingue dell'impero zarista: undici in polacco, sette in yiddish, sei in finlandese, cinque in ucraino, quattro in georgiano e due in armeno. Ci furono cinquantacinque edizioni in tedesco pi, per l'Impero asburgico, altre nove in ungherese e otto in ceco (ma solamente tre in croato e una rispettivamente in slovacco e sloveno); trentaquattro in inglese (compresi gli Stati Uniti, dove la prima traduzione apparve nel 1871), ventisei in francese e undici in italiano, la prima solo nel 1889.4 Il suo impatto nell'Europa sudoccidentale fu modesto: sei edizioni in spagnolo (incluse quelle latino-americane), una in portoghese. Scarso il suo impatto anche nell'Europa sudorientale: sette edizioni in bulgaro, quattro in serbo, quattro in rumeno e una in ispano-ebraico, pubblicata presumibilmente a Salonicco. L'Europa settentrionale era abbastanza ben rappresentata, con sei edizioni in danese, cinque in svedese, e due in norvegese.5
Questa diseguale distribuzione geografica rifletteva non soltanto lo sviluppo disomogeneo del movimento socialista, e dell'influenza di Marx, in quanto distinto da altre ideologie rivoluzionarie come l'anarchismo, ma dovrebbe anche ricordarci che non c'era una forte correlazione tra le dimensioni e la potenza dei partiti socialdemocratici e dei lavoratori e la circolazione del Manifesto. Cos, fino al 1905, il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) con le sue centinaia di migliaia di membri e milioni di elettori pubblic le nuove edizioni del Manifesto in tirature di non pi di due-tremila copie. Il Programma di Erfurt del partito, nel 1891, venne pubblicato in 120.000 copie, mentre sembra che del Manifesto ne abbia stampate poco pi di 16.000 nel corso degli undici anni dal 1895 al 1905, l'anno in cui la diffusione della sua rivista teorica "Die Neue Zeit" era pari a 6400 copie.6 Dall'iscritto medio di un partito socialdemocratico marxista di massa non ci si aspettava che sostenesse esami teorici. Viceversa, le settanta edizioni russe prerivoluzionarie rappresentavano un insieme di organizzazioni, per la maggior parte del tempo illegali, i cui iscritti in totale non potevano essere pi di qualche migliaio. Analogamente, le trentaquattro edizioni inglesi furono pubblicate da e per le sette marxiste sparse nel mondo anglosassone che erano attive alla sinistra dei partiti laburisti e socialisti esistenti. Questo era il milieu in cui "la chiarezza di un compagno poteva essere valutata immancabilmente dal numero di orecchie alle pagine del suo Manifesto".7 Insomma, i lettori del Manifesto, sebbene facessero parte dei nuovi partiti e movimenti dei lavoratori in ascesa, non erano quasi certamente un campione rappresentativo dei loro membri; erano uomini e donne con un particolare interesse per la teoria alla base di quei movimenti. Probabilmente  cos ancora oggi.
La situazione mut dopo la Rivoluzione d'ottobre, almeno all'interno dei partiti comunisti. Al contrario dei partiti di massa della Seconda Internazionale (1889-1914), quelli della Terza (1919-43) si aspettavano che tutti i loro aderenti comprendessero, o perlomeno dimostrassero di conoscere a grandi linee, la teoria marxista. La dicotomia tra gli effettivi leader politici, non interessati a scrivere libri, e i "teorici" come Karl Kautsky, noti e rispettati in quanto tali, ma non come dirigenti capaci di prendere decisioni pratiche, si dissolse. Sulle orme di Lenin, ora tutti i leader erano tenuti a essere anche dei teorici importanti, dal momento che tutte le decisioni politiche erano giustificate sul terreno dell'analisi marxista o, pi probabilmente, dal riferimento all'autorit testuale dei "classici": Marx, Engels, Lenin e, a tempo debito, Stalin. La pubblicazione e distribuzione popolare dei testi di Marx ed Engels divenne quindi una questione assai pi centrale per il movimento rispetto ai giorni della Seconda Internazionale. Questi andavano da una serie di scritti di minore entit, a cui avevano probabilmente aperto la strada i tedeschi Elementarbcher des Kommunismus, durante la Repubblica di Weimar, a un compendio opportunamente selezionato di letture come l'inestimabile Corrispondenza scelta di Marx ed Engels, alle Opere scelte in due, e successivamente tre volumi, e la preparazione delle loro Opere Complete (Gesamtausgabe); edizioni tutte finanziate con le illimitate (per questi scopi) risorse del Partito comunista sovietico e spesso stampate in Unione Sovietica in diverse lingue straniere.
Il Manifesto del partito comunista trasse beneficio da questa nuova situazione in tre modi. La sua diffusione senza dubbio aument. L'edizione economica pubblicata nel 1932 dalle case editrici ufficiali dei partiti comunisti americano e britannico in "centinaia di migliaia" di copie  stata descritta come "probabilmente la pi grossa edizione di massa mai pubblicata in lingua inglese".8 Il suo titolo non era pi una sopravvivenza storica, era bens collegato direttamente alla politica corrente. Poich ora un potente Stato si proclamava rappresentante dell'ideologia marxista, la reputazione del Manifesto come testo di scienza politica ne usc rafforzata; lo scritto di conseguenza entr nei programmi d'insegnamento delle universit, destinate a espandersi rapidamente dopo la Seconda guerra mondiale e dove il marxismo intellettuale avrebbe trovato il suo pubblico pi entusiasta negli anni Sessanta e Settanta del Novecento.
L'Urss emerse dalla Seconda guerra mondiale come una delle due superpotenze mondiali, al comando di una vasta regione di Stati e satelliti comunisti. I partiti comunisti occidentali (con la notevole eccezione di quello tedesco) uscirono dal conflitto pi forti di quanto fossero o sarebbero mai stati. Sebbene fosse cominciata la Guerra fredda, nell'anno del suo centennale il Manifesto non era pi pubblicato semplicemente da curatori comunisti o marxisti, ma in vaste tirature da parte di editori estranei all'ambiente politico, con introduzioni di studiosi importanti. Insomma, non era pi solamente un classico marxista; era divenuto un classico del pensiero politico tout court.
E tale rimane, anche dopo la fine del comunismo sovietico e il declino dei partiti e dei movimenti marxisti in molte parti del mondo. Negli Stati dove non vige la censura, quasi certamente chiunque abbia nelle vicinanze una buona libreria, o possa accedere a una buona biblioteca, per non parlare di Internet, ha la possibilit di leggerlo. Lo scopo di una nuova edizione non  pertanto di rendere disponibile il testo di questo straordinario capolavoro, e ancor meno di rivisitare un secolo di dibattiti dottrinali sulla "corretta" interpretazione di questo documento fondamentale del marxismo.  piuttosto quello di ricordarci che il Manifesto ha ancora molto da dire al mondo nel XXI secolo.
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Che cosa ha da dire?
 naturalmente un documento scritto per un momento storico particolare. Una Parte di esso divenne obsoleta quasi subito, per esempio le tattiche raccomandate ai comunisti in Germania, che infatti non furono quelle effettivamente praticate durante la rivoluzione del 1848 e nel periodo immediatamente successivo. Una parte pi consistente del testo divent obsoleta man mano che aumentava la distanza temporale che separava i lettori dalla data in cui venne scritto. Guizot e Metternich si sono da tempo ritirati dalla guida dei rispettivi governi per entrare nei libri di storia, e lo zar (ma non il papa) non esiste pi. Quanto alla discussione su "letteratura socialista e comunista", gli stessi Marx ed Engels ammisero nel 1872 che era gi sorpassata.
Pi nello specifico, con il passare del tempo il linguaggio del Manifesto ha cessato di essere quello dei suoi lettori. Per esempio, si  molto discusso dell'affermazione secondo cui l'avanzata della societ borghese aveva riscattato "una parte notevole della popolazione all'idiotismo della vita rurale". Ma mentre non vi  dubbio che Marx all'epoca condividesse l'abituale disprezzo, cos come l'ignoranza, del cittadino nei confronti dell'ambiente contadino, l'originaria frase tede sca, analiticamente pi interessante ("dem Idiotismus des Landlebens entrissen"), non si riferiva a "stupidit", bens agli "orizzonti ristretti", o all'"isolamento dalla societ pi ampia" nel quale vivevano le persone in campagna. Riecheggiava il significato originale del termine greco "idiotes", da cui deriva il termine corrente "idiota" o "idiozia", ossia "una persona preoccupata unicamente dei propri affari privati e non di quelli della comunit nel senso pi ampio". Nel corso dei decenni successivi agli anni Quaranta e nei movimenti i cui membri, a differenza di Marx, non avevano una cultura classica, il senso originale venne perso e l'espressione fraintesa.
Ci risulta ancora pi evidente nel vocabolario politico. Termini come "Stand" ("ceto"), "Demokratie" ("democrazia") e "Nation/national" ("nazione/nazionale") o trovano scarsa applicazione nella politica di oggi o non hanno pi il significato che avevano nel discorso politico-filosofico degli anni Quaranta dell'Ottocento. Per citare un esempio ovvio, quel "partito comunista" di cui il nostro testo dichiarava di essere il "manifesto", non aveva nulla a che vedere con i partiti della politica democratica moderna o i "partiti d'avanguardia" del comunismo leninista, per tacere dei partiti di Stato di tipo sovietico e cinese. Nessuno di questi esisteva all'epoca. "Partito" significava ancora essenzialmente una tendenza o una corrente d'opinione o d'indirizzo politico, sebbene Marx ed Engels riconobbero che una volta che questo ebbe trovato espressione nei movimenti di classe, svilupp una qualche forma di organizzazione ("diese Organisation der Proletarier zur Klasse, und damit zur politischen Partei"). Ne consegue la distinzione nella sezione IV tra "i partiti dei lavoratori gi costituiti [...] i cartisti in Inghilterra e i riformatori agrari nell'America del Nord" e gli altri, ancora non costituiti.9 Come risulta chiaramente dal testo, il partito comunista di Marx ed Engels in questa fase non era un'organizzazione di alcun tipo, n cercava di fondarne una, e ancora meno un'organizzazione con un programma specifico distinto da altre.10 A questo proposito, l'organizzazione vera e propria per conto della quale il Manifesto fu scritto, la Lega dei comunisti, non viene menzionata da nessuna parte.
Per di pi,  chiaro che il Manifesto non solo fu scritto in e per una particolare situazione storica, ma che rappresent anche una fase, relativamente immatura, dello sviluppo del pensiero marxiano. Ci  soprattutto evidente dal punto di vista economico. Sebbene Marx avesse iniziato a studiare seriamente l'economia politica dal 1843, cominci a sviluppare con impegno l'analisi economica esposta nel Capitale solo dopo essere arrivato nel suo esilio inglese, in seguito alla rivoluzione del 1848, e dopo aver avuto accesso ai tesori della biblioteca del British Museum, nell'estate del 1850. Cos la distinzione tra la vendita del proprio lavoro al capitalista da parte del proletario e la vendita della sua forza lavoro, che  essenziale per la teoria marxiana del plusvalore e dello sfruttamento, nel Manifesto non era ancora stata chiaramente proposta. N il Marx maturo riteneva che il prezzo della merce "lavoro" fosse il suo costo di produzione, cio il costo del minimo fisiologico per tenere il lavoratore in vita. In breve, Marx scrisse il Manifesto meno da economista marxiano che da comunista ricardiano.
Eppure, sebbene Marx ed Engels ricordassero ai lettori che il Manifesto era un documento storico, per molti versi obsoleto, promossero e collaborarono alla pubblicazione del testo del 1848 con correzioni e chiarimenti relativamente minimi.11 Riconobbero che rimaneva un'importante esposizione dell'analisi che distingueva il loro comunismo da tutti gli altri progetti per la creazione di una societ migliore. La loro analisi era essenzialmente storica: il suo nucleo era la dimostrazione dello sviluppo storico delle societ e in particolare della societ borghese, che rimpiazzava i suoi predecessori, rivoluzionava il mondo e a sua volta generava necessariamente le condizioni per il proprio inevitabile superamento. Al contrario dell'economia marxiana, la "concezione materialistica della storia" che sottende quest'analisi aveva gi trovato la sua formulazione matura a met degli anni Quaranta; rimase sostanzialmente immutata negli anni successivi.12 Da questo punto di vista, il Manifesto era gi un documento che definiva il marxismo. Ne incarnava la visione storica, sebbene i suoi lineamenti generali richiedessero ancora un'analisi pi compiuta.
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In che modo il Manifesto colpisce il lettore che vi si avvicina per la prima volta? Difficilmente il neofita mancher di essere travolto dall'appassionata convinzione, la concentrata brevit, la forza intellettuale e stilistica di questo stupefacente pamphlet.  scritto come in un'unica esplosione creativa, in frasi lapidarie che si trasformano quasi naturalmente nei memorabili aforismi diventati famosi ben al di l del mondo del dibattito politico: da "Uno spettro si aggira per l'Europa. Lo spettro del comunismo" di apertura, alla conclusione: "I proletari non hanno da perdervi che le loro catene. Hanno un mondo da guadagnare".13 Cosa altrettanto insolita per gli scritti tedeschi del XIX secolo,  costituito da brevi paragrafi apodittici, composti principalmente da poche righe (da una a cinque); solo in cinque casi su oltre duecento, raggiungono o superano le quindici righe. Ad ogni modo, come retorica politica il Manifesto del partito comunista ha una forza quasi biblica. Insomma,  impossibile negarne l'irresistibile potenza letteraria.14
Tuttavia, un altro aspetto che indubbiamente colpir il lettore contemporaneo  la notevole diagnosi nel Manifesto del carattere e dell'impatto rivoluzionari della "societ borghese". Il punto non  semplicemente che Marx riconobbe e proclam gli straordinari traguardi e il dinamismo di una societ che detestava, con gran sorpresa di pi di un successivo difensore del capitalismo contro la minaccia rossa.  che il mondo trasformato dal capitalismo che lui descrisse nel 1848 in passaggi di cupa, laconica eloquenza  palesemente quello dell'inizio del XXI secolo. Stranamente, l'ottimismo politicamente alquanto irrealistico di due rivoluzionari di ventotto e trent'anni si  dimostrato il punto di forza pi durevole del Manifesto. Perch sebbene "lo spettro del comunismo" perseguitasse davvero i politici, e sebbene l'Europa stesse attraversando un periodo di grave crisi economica e sociale e fosse sul punto di vedere esplodere su tutto il suo territorio la pi grande rivoluzione della storia, mancava chiaramente il fondamento per la tesi del Manifesto secondo cui si stava avvicinando il momento del rovesciamento del capitalismo ("la rivoluzione borghese tedesca pu essere soltanto l'immediato preludio d'una rivoluzione proletaria"). Era vero il contrario. Come ora sappiamo, il capitalismo era pronto per entrare nella sua prima epoca di trionfante avanzata globale.
Due sono le cose che danno forza al Manifesto. La prima  la tesi, proprio all'inizio della marcia trionfale del capitalismo, che questo modo di produzione non fosse permanente, stabile, "la fine della storia", ma una fase temporanea della storia dell'umanit e, al pari delle precedenti, destinata a essere soppiantata da un altro tipo di societ (a meno che - secondo una frase del Manifesto abbastanza trascurata - non sprofondi nella "comune rovina delle classi in lotta"). La seconda  il riconoscimento delle necessarie tendenze storiche di lungo periodo dello sviluppo capitalistico. Il potenziale rivoluzionario dell'economia capitalistica era gi evidente: Marx ed Engels non pretendevano di essere gli unici a essersene accorti. Fin dalla Rivoluzione francese, alcune tendenze da loro osservate stavano chiaramente producendo effetti imponenti: per esempio, il declino di "province indipendenti, legate quasi solo da vincoli federali, con interessi, leggi, governi e dazi differenti" rispetto a Stati nazionali "sotto un solo governo, una sola legge, un solo interesse nazionale di classe, entro una sola barriera doganale". Ciononostante, alla fine degli anni Quaranta dell'Ottocento i risultati che "la borghesia" aveva conseguito erano assai pi modesti dei miracoli attribuitigli nel Manifesto. Dopotutto, nel 1850 il mondo non produceva pi di 71.000 tonnellate di acciaio (quasi il 70 per cento delle quali in Gran Bretagna) e aveva costruito meno di 39.000 chilometri di strade ferrate (di cui due terzi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti). Gli storici non hanno avuto problemi a dimostrare che anche in Gran Bretagna la Rivoluzione industriale (un termine specificamente usato da Engels dal 1844 in poi)15 aveva a stento creato un Paese industriale o anche prevalentemente urbano prima degli anni Cinquanta dell'Ottocento. Marx ed Engels non descrissero il mondo come se nel 1848 fosse gi stato trasformato dal capitalismo, predissero bens come fosse logicamente destinato a esserne trasformato.
Viviamo oggi in un mondo nel quale questa trasformazione ha in gran parte avuto luogo, anche se i lettori del Manifesto, nel terzo millennio del calendario occidentale, osserveranno senza dubbio la continua accelerazione della sua avanzata. In un certo modo possiamo anche scorgere la forza delle previsioni del Manifesto con maggiore chiarezza rispetto alle generazioni vissute tra noi e la sua pubblicazione poich fino alla rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni, avvenuta dopo la Seconda guerra mondiale, vi erano dei limiti alla globalizzazione della produzione, alla possibilit di dare "un'impronta cosmopolita alla produzione e al consumo di tutti i Paesi". Fino agli anni Settanta del Novecento, l'industrializzazione rimase perlopi confinata nelle sue regioni di origine. Alcune scuole marxiste poterono perfino sostenere che il capitalismo, almeno nella sua forma imperialistica, ben lungi dal costringere "tutte le nazioni ad adottare il sistema di produzione della borghesia", stava per sua natura perpetuando, o anche creando, "sottosviluppo" nel cosiddetto Terzo mondo. Mentre un terzo della razza umana viveva in economie comuniste di tipo sovietico, sembrava che il capitalismo non sarebbe mai riuscito a costringere tutte le nazioni "ad adottare il sistema di produzione della borghesia", che non avrebbe creato "un mondo a propria immagine e somiglianza". Ancora, prima degli anni Sessanta del Novecento l'annuncio del Manifesto, secondo cui il capitalismo avrebbe portato alla distruzione della famiglia, non pareva aver trovato conferma nemmeno nei Paesi occidentali avanzati, dove oggi quasi met dei bambini nascono o sono allevati da madri single e quasi met delle famiglie nelle grandi citt sono formate da una sola persona.
Insomma, quello che nel 1848 avrebbe potuto essere giudicato da un lettore disimpegnato retorica rivoluzionaria o, nel migliore dei casi, una previsione plausibile, ora pu essere letto come una concisa caratterizzazione del capitalismo all'inizio del nuovo millennio. Di quale altro documento degli anni Quaranta dell'Ottocento si pu dire altrettanto?
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Ad ogni modo, se oggi, leggendo il Manifesto,  inevitabile sorprendersi per l'acutezza della sua visione dell'allora remoto futuro di un capitalismo enormemente globalizzato, altrettanto sorprendente  il fallimento di un'altra delle sue previsioni.  ormai evidente che la borghesia non ha prodotto "anzitutto i suoi seppellitori" nel proletariato. "Il suo tramonto e la vittoria del proletariato" non si sono dimostrate "del pari inevitabili." Il contrasto tra le due met dell'analisi del Manifesto nella sua sezione "Borghesi e proletari" richiede pi spiegazioni dopo oltre centocinquant'anni che all'epoca del suo centennale.
Il problema non risiede nella visione di Marx ed Engels di un capitalismo che ha necessariamente trasformato la maggior parte delle persone che si guadagnano da vivere in questa economia in uomini e donne che per sostentarsi devono trovare un impiego in cambio di stipendi e salari. Indubbiamente ha mostrato questa tendenza, sebbene oggigiorno i redditi di alcuni di coloro che tecnicamente sono da considerarsi dipendenti stipendiati, come nel caso dei dirigenti d'azienda, non possono esattamente definirsi da proletari. Il problema non consiste essenzialmente nemmeno nella loro convinzione che la maggior parte della popolazione lavoratrice sarebbe composta da manodopera industriale. Mentre la Gran Bretagna rimase un'eccezione come Paese i cui lavoratori manuali salariati formavano la maggioranza assoluta della popolazione, lo sviluppo della produzione industriale richiese enormi e crescenti apporti di lavoro manuale ancora per un buon secolo dopo il Manifesto. Indiscutibilmente ci non  pi vero nella moderna produzione hi-tech a capitale intensivo, uno sviluppo che non fu preso in considerazione nel Manifesto, sebbene di fatto nei suoi studi economici pi maturi Marx stesso avesse immaginato il possibile sviluppo di un'economia sempre meno legata al lavoro, almeno in un'epoca postcapitalistica.16 Anche nelle vecchie economie industriali del capitalismo, la percentuale di persone impiegate nell'industria manifatturiera rimase stabile fino agli anni Settanta del Novecento, salvo che negli Stati Uniti, dove il declino si affacci un po' prima. Anzi, con pochissime eccezioni quali la Gran Bretagna, il Belgio e gli Stati Uniti, nel 1970 i lavoratori impiegati nell'industria rappresentavano probabilmente, sul totale della popolazione occupata nel mondo industriale e in via di industrializzazione, una quota maggiore di quanto fosse mai avvenuto in precedenza.
In ogni caso, il rovesciamento del capitalismo previsto dal Manifesto non faceva assegnamento sulla previa trasformazione della maggioranza della popolazione occupata in proletari. Prevedeva piuttosto che la situazione del proletariato nell'economia capitalistica fosse tale per cui, una volta organizzato come un movimento di classe necessariamente politico, avrebbe potuto prendere le redini e raccogliere attorno a s lo scontento di altre classi. Avrebbe dunque ottenuto il potere politico in quanto "movimento indipendente dell'immensa maggioranza negli interessi dell'immensa maggioranza". Quindi il proletariato sarebbe "assurto al ruolo di classe guida della nazione, [...] a costituire esso stesso la nazione".17
Dal momento che il capitalismo non  stato rovesciato, siamo probabilmente portati a respingere tale predizione. Nondimeno, per quanto improbabile potesse sembrare nel 1848, la politica della maggior parte dei Paesi capitalisti europei sarebbe stata trasformata dall'ascesa di movimenti politici organizzati, basati su una classe operaia con coscienza di classe, nonostante all'epoca avesse a malapena fatto la sua comparsa fuori della Gran Bretagna. Negli anni Ottanta dell'Ottocento, nella maggior parte del mondo "sviluppato" emersero alcuni partiti operai e socialisti che divennero partiti di massa in Stati governati da quella rappresentanza democratica che tanto avevano contribuito a introdurre. Durante e dopo la Prima guerra mondiale, mentre un ramo di "partiti proletari" seguiva la via rivoluzionaria dei bolscevichi, un altro divenne la colonna portante di un capitalismo democratizzato. Il ramo bolscevico non ha pi grande importanza in Europa, o partiti di questo genere si sono assimilati alla socialdemocrazia. Quest'ultima, cos come intesa al tempo di Bebel, o anche di Clement Attlee, negli anni Novanta del XX secolo lottava su posizioni di retroguardia. Alla fine del secolo, tuttavia, i discendenti dei partiti socialdemocratici della Seconda Internazionale, a volte conservando il loro nome originale, erano partiti di governo in tutti gli Stati europei, solo Spagna e Germania facevano eccezione, anche se l lo erano stati in passato e probabilmente vi sarebbero tornati.
Insomma, lo sbaglio non sta nella predizione del Manifesto circa il ruolo centrale dei movimenti politici basati sulla classe operaia (e che a volte recano ancora una denominazione di classe, come nel caso dei partiti laburisti britannico, olandese, norvegese, australiano e neozelandese). A essere errata  l'affermazione secondo cui "fra tutte le classi che oggi stanno di contro alla borghesia, il proletariato soltanto  una classe realmente rivoluzionaria", il cui inevitabile destino, implicito nella natura e nello sviluppo del capitalismo,  di rovesciare la borghesia: "Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono del pari inevitabili".
Anche nei famigerati "affamati anni Quaranta", il meccanismo che avrebbe assicurato tale esito, cio l'inevitabile pauperizzazione economico dei lavoratori, non era del tutto convincente; a meno di presumere, cosa improbabile anche allora, che il capitalismo fosse nella sua crisi finale e prossimo a essere immediatamente rovesciato. Era un meccanismo doppio; l'impoverimento economico, oltre all'effetto che aveva sul movimento dei lavoratori, dimostrava che la borghesia era incapace "di dominare, perch non  capace di garantire l'esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavit, perch  costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa  costretta a nutrirlo". Lungi dal generare il profitto che alimentava il motore del capitalismo, ora il lavoro finiva per prosciugarlo. Eppure, visto l'enorme potenziale economico cos drammaticamente esposto nello stesso Manifesto, perch mai era inevitabile che il capitalismo non potesse procurare un sostentamento, per quanto miserabile, alla maggior parte della propria classe lavoratrice, o in alternativa, che non potesse permettersi un sistema di welfare? Che il "pauperismo [in senso stretto] si sviluppa anche pi rapidamente che la popolazione e la ricchezza"?18 Infine, posto che il capitalismo avesse una lunga vita davanti a s - come apparve chiaro molto presto dopo il 1848 - questo non sarebbe dovuto succedere, e infatti non avvenne.
La visione del Manifesto circa lo sviluppo storico della "societ borghese", compresa la classe operaia che aveva generato, non conduceva necessariamente alla conclusione che il proletariato avrebbe rovesciato il capitalismo e, cos facendo, aperto la strada allo sviluppo del comunismo, perch visione e conclusione non derivavano dalla stessa analisi. Lo scopo del comunismo, adottato prima che Marx divenisse "marxista", non derivava dall'analisi della natura e dello sviluppo del capitalismo, ma da un argomento filosofico, anzi escatologico, sulla natura e il destino umani. L'idea, fondamentale per Marx da allora in poi, che il proletariato fosse una classe che non poteva liberarsi senza al contempo liberare la societ, appare dapprima come "una deduzione filosofica piuttosto che il prodotto di un'osservazione".19 Per dirla con George Lichtheim: "Il proletariato fa la sua prima comparsa negli scritti di Marx in quanto forza sociale destinata a realizzare gli scopi della filosofia tedesca" come Marx cap nel 1843-44.20
In quest'epoca Marx non sapeva granch del proletariato, al di l del fatto che stava creandosi in Germania come risultato del solo sviluppo industriale, e questo era precisamente il suo potenziale come forza liberatrice, dato che, diversamente dalle masse di poveri della societ tradizionale, era il prodotto di una drastica "dissoluzione delle vecchie idee" e pertanto con la propria esistenza proclamava la "dissoluzione dei vecchi rapporti d'esistenza". Dei movimenti operai ne sapeva anche meno, nonostante fosse assai preparato sulla storia della Rivoluzione francese. In Engels trov un compagno che portava al loro sodalizio il concetto della "Rivoluzione industriale", una comprensione delle dinamiche dell'economia capitalistica nella sua reale manifestazione in Gran Bretagna e i rudimenti di un'analisi economica.21 Queste cognizioni lo indussero a prevedere una futura rivoluzione sociale, realizzata da una vera e propria classe operaia sulla quale, vivendo e lavorando in Gran Bretagna nei primi anni Quaranta dell'Ottocento, era assai ben informato. Gli approcci di Marx ed Engels al "proletariato" e al comunismo erano complementari; lo stesso dicasi della loro concezione della lotta di classe come motore della storia, nel caso di Marx derivata largamente dallo studio del periodo rivoluzionario francese, in quello di Engels dall'esperienza dei movimenti sociali nella Gran Bretagna postnapoleonica. Non c' da stupirsi che si trovassero (nelle parole di Engels) "d'accordo in tutti i campi teorici".22 Engels forn a Marx gli elementi di un modello che dimostrava la natura fluttuante e autodestabilizzante del funzionamento dell'economia capitalistica, in particolar modo i lineamenti di una teoria delle crisi economiche,23 e materiale empirico sull'ascesa del movimento della classe operaia britannica e il ruolo rivoluzionario che avrebbe potuto giocare in Gran Bretagna.
Negli anni Quaranta dell'Ottocento la conclusione che la societ fosse sull'orlo della rivoluzione non era improbabile. N lo era la previsione che la classe operaia, per quanto immatura, ne sarebbe stata la guida. Dopotutto, a poche settimane dalla pubblicazione del Manifesto, un movimento di lavoratori parigini rovesci la monarchia francese, e diede il segnale della rivoluzione a mezza Europa. Tuttavia, la tendenza dello sviluppo capitalistico a generare un proletariato essenzialmente rivoluzionario non poteva essere dedotta dall'analisi della natura dello sviluppo capitalistico. Era una possibile conseguenza di questo sviluppo, ma non si poteva provare che fosse l'unica. Ancor meno dimostrabile era che la riuscita di un rovesciamento del capitalismo da parte del proletariato dovesse necessariamente aprire la strada allo sviluppo comunista. (Il Manifesto non va oltre l'affermazione che sarebbe allora iniziato un processo di cambiamento molto graduale.)24 L'idea di Marx di un proletariato per sua stessa natura destinato a emancipare l'intera umanit e porre fine alla societ di classe rovesciando il capitalismo rappresenta una speranza ravvisata nella sua analisi del capitalismo, ma non una conclusione necessariamente imposta da quell'analisi.
Ci a cui l'analisi del capitalismo formulata nel Manifesto potrebbe indubbiamente condurre, in particolare se ampliata con l'analisi di Marx della concentrazione economica (alla quale si fa a malapena riferimento nel 1848),  una conclusione pi generale e meno specifica circa le forze autodistruttive insite nello sviluppo capitalistico. Deve raggiungere un punto, e oggigiorno non solo i marxisti ne converrebbero, in cui "i rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di propriet, la societ borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio cos potenti, rassomiglia al mago che non riesce pi a dominare le potenze degli inferi da lui evocate [...] i rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta".
Non  irragionevole concludere che le "contraddizioni" inerenti a un sistema di mercato basato su "[nessun] altro vincolo che il nudo interesse, il freddo "pagamento in contanti"", un sistema di sfruttamento e di infinita accumulazione, non pu mai essere superato; che a un certo punto, in una serie di trasformazioni e ristrutturazioni, lo sviluppo di questo sistema essenzialmente autodestabilizzante porter a una situazione che non pu pi essere descritta come capitalismo. Oppure, per citare un Marx pi tardo, quando "la centralizzazione dei mezzi di produzione e la socializzazione del lavoro raggiungono un punto nel quale diventano incompatibili col loro involucro capitalistico. Esso viene infranto".25 Con quale nome chiamare la situazione successiva  questione irrilevante. Tuttavia, come dimostrano gli effetti dell'esplosione economica mondiale sull'ambiente del pianeta, dovr necessariamente segnare un netto trapasso dall'appropriazione privata a una gestione sociale su scala globale.
 oltremodo improbabile che una simile "societ postcapitalistica" corrisponda ai modelli tradizionali di socialismo, e ancor meno al socialismo "reale" dell'era sovietica. Quale forma possa adottare e fino a che punto riesca a incarnare i valori umanistici del comunismo di Marx ed Engels dipender dall'azione politica che avr posto in essere tale cambiamento. Perch questo, come ritiene il Manifesto,  basilare per dare forma al cambiamento sociale.
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Nella visione marxiana, comunque descriviamo quel momento storico in cui "l'involucro viene infranto", la politica sar un elemento essenziale. Il Manifesto  stato letto principalmente come un documento di inevitabilit storica, e in effetti la sua forza derivava soprattutto dalla fiducia che dava ai suoi lettori circa il fatto che il capitalismo era inevitabilmente destinato a essere inumato dai suoi seppellitori, e che le condizioni per l'emancipazione si erano presentate solo ora e in nessuna epoca precedente nella storia. Eppure, contrariamente a quanto in genere si pensa, nella misura in cui ritiene che il mutamento storico proceda attraverso gli uomini che si fanno artefici della propria storia, non  un documento determinista. Le tombe devono essere scavate da, o attraverso, l'azione umana.
Di certo, una lettura deterministica di questa tesi  possibile.  stato suggerito che Engels tendesse verso di essa pi di Marx, con importanti conseguenze per lo sviluppo della teoria e del movimento operaio marxista dopo la morte di Marx. Tuttavia, sebbene le precedenti stesure di Engels siano state citate come prova,26 di fatto il Manifesto non autorizza tale interpretazione. Quando lascia il campo dell'analisi storica e si addentra nel presente,  un documento di scelte, di possibilit politiche, piuttosto che di probabilit, figuriamoci di certezze. Tra l'"ora" e il momento imprevedibile in cui "nel corso dello sviluppo" ci dovrebbe essere "una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno  condizione del libero sviluppo di tutti", si trova il regno dell'azione politica.
Il mutamento storico attraverso la prassi sociale, attraverso l'azione collettiva, ne costituisce il nucleo; il Manifesto vede lo sviluppo del proletariato come l'"organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico". La "conquista del potere politico da parte del proletariato" ("la conquista della democrazia")  "il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia", e il futuro della societ  imperniato sulle azioni politiche successive del nuovo regime (come "il proletariato adoprer il suo dominio politico"). L'impegno nella politica  ci che storicamente ha distinto il socialismo marxiano dagli anarchici, e dai successori di quei socialisti il cui rifiuto di ogni azione politica  specificamente condannata dal Manifesto. Anche prima di Lenin, la teoria marxiana non verteva soltanto su "ci che la storia ci mostra che accadr", ma anche su "che cosa fare". Effettivamente, l'esperienza sovietica del XX secolo ci ha insegnato che sarebbe meglio "non fare" in presenza di condizioni storiche che rendono il successo praticamente impossibile. Ma questa  una lezione che poteva anche essere appresa considerando le implicazioni del Manifesto del partito comunista.
D'altra parte il Manifesto, e non  la minore delle sue notevoli qualit,  un documento che prevedeva la possibilit del fallimento. Sperava che il risultato dello sviluppo capitalistico sarebbe stato "una trasformazione rivoluzionaria di tutta la societ", ma come abbiamo gi visto, non escludeva l'alternativa: "comune rovina".
Molti anni pi tardi un altro marxiano riformul tutto questo nella scelta fra socialismo e barbarie. Quale di questi prevarr  una domanda cui dovr rispondere il XXI secolo.
* Il presente capitolo  stato scritto come introduzione a un'edizione del Manifesto in occasione del suo 150 anniversario nel 1998.
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CAPITOLO 6. Scoprire i Grundrisse*.
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Il posto dei Grundrisse nell'opera di Marx e le sue fortune sono per molti aspetti singolari. In primo luogo, sono l'unico esempio di una grande serie di testi del Marx maturo che, in pratica, rimasero del tutto sconosciuti ai marxisti per pi di mezzo secolo dopo la morte dell'autore, e anzi quasi completamente irreperibili, almeno fino a un secolo dopo la composizione dei manoscritti raccolti sotto questo nome. A prescindere dai dibattiti sulla loro importanza, gli scritti del 1857-58, chiaramente parte dello sforzo intellettuale che avrebbe prodotto Il capitale, rappresentano il Marx della maturit, in particolare come economista. Ci distingue i Grundrisse dalle altre precedenti aggiunte postume al corpus marxiano, i Fruehschriften del 1932. Il posto esatto in cui collocare questi testi dei primi anni Quaranta nello sviluppo teorico di Marx  stato assai discusso, pi o meno correttamente; tuttavia, non ci pu essere invece disaccordo sulla maturit degli scritti degli anni 1857-58.
In secondo luogo, e in modo alquanto sorprendente, la pubblicazione integrale dei Grundrisse avvenne nel frangente meno favorevole a qualunque sviluppo originale degli studi e del pensiero marxisti, vale a dire nell'Urss e nella Repubblica democratica tedesca al culmine dell'era di Stalin. La pubblicazione dei testi di Marx ed Engels rimase una questione soggetta all'imprimatur dell'autorit politica anche in seguito, come i curatori impegnati nelle edizioni straniere delle loro opere hanno avuto modo di scoprire. Non  ancora chiaro come furono superati gli ostacoli alla pubblicazione, compresa la purga dell'istituto Marx-Engels, la destituzione e infine l'assassinio del suo fondatore e direttore, o come Paul Weller, responsabile del lavoro sul manoscritto dal 1925 al 1939, sopravvisse al terrore degli anni 1936-38 per ultimare il suo compito. Pu darsi che abbia aiutato il fatto che le autorit non sapessero bene come comportarsi con questo testo vasto e complesso. In ogni caso, nutrivano dubbi evidenti circa il suo status preciso, anche perch, secondo Stalin, gli appunti manoscritti erano meno importanti dei tre volumi del Capitale che riflettevano la posizione e le idee del Marx maturo. I Grundrisse non furono in realt dati alle stampe in traduzione russa fino al 1968-69, e n l'edizione originale tedesca (Mosca) del 1939-41, n la sua ristampa del 1953 (Berlino) vennero pubblicate come parte dell'(incompleta) edizione sovietica delle opere di Marx ed Engels, di solito denominate con l'acronimo MEGA (soltanto "nel formato MEGA"), o come parte delle Werke. Tuttavia, a differenza dei Fruehschriften del 1844, che scomparvero dal corpus originale di Marx dopo essere apparsi per la prima volta nella MEGA (1932), furono effettivamente pubblicati in Urss, anche all'apice dell'epoca staliniana.
Il terzo aspetto singolare  la perenne incertezza che caratterizz lo status dei manoscritti del 1857-58, riflessa dal nome oscillante dei documenti nell'istituto Marx-Engels-Lenin degli anni Trenta del Novecento, fino a quando non acquisirono il titolo di Grundrisse, poco prima di andare in stampa. Anzi, la natura esatta del loro rapporto con il testo pubblicato del Capitale in quanto scritto da Marx e ricostruito da Engels, e il quarto volume delle Teorie sul plusvalore, compilato da Kautsky sulle note di Marx del 1861-63, rimane oggetto di dibattito. Kautsky, che li conosceva, non sembrava sapere bene cosa farne. Ne pubblic due estratti nella sua rivista "Die Neue Zeit", ma nulla pi. Si trattava del frammento Bastiat e Carey (1904), che non ebbe grande risonanza, e della cosiddetta Introduzione alla Critica dell'economia politica (1903), mai completata e pertanto non pubblicata nel 1859 con il libro omonimo. Quest'ultimo sarebbe diventato un primo testo per coloro che volevano estendere l'interpretazione marxista al di l delle ortodossie prevalenti, in particolare gli austro-marxisti. A oggi  probabilmente la porzione pi dibattuta dei Grundrisse, sebbene almeno un commentatore, nel pi recente libro sull'argomento, metta in dubbio il fatto che questi due testi ne facciano parte. Il resto dei manoscritti rimase inedito, e anzi ignoto ai commentatori, fin quando Rjazanov e i suoi collaboratori a Mosca non ne acquisirono alcune fotocopie nel 1923, li riordinarono e progettarono di pubblicarli nella MEGA;  interessante riflettere sull'impatto che avrebbero avuto se fossero stati diffusi nel 1931, come originariamente programmato. La scelta delle date della loro effettiva pubblicazione, alla fine del 1939 e una settimana dopo l'invasione dell'Unione Sovietica da parte di Hitler nel 1941, li avrebbe condannati a rimanere quasi completamente sconosciuti in Occidente fino alla ristampa a Berlino Est del 1953. Tuttavia, alcune rare copie raggiunsero gli Stati Uniti e dal 1948 in poi l'opera fu analizzata, ma non pubblicata prima degli anni 1967-68, dal grande pioniere dell'esegesi dei Grundrisse, Roman Rosdolsky (1898-1965), giunto negli Stati Uniti dopo essere transitato da Auschwitz e vari altri campi di concentramento.  difficile credere che il grosso dell'edizione tedesca originale, "inviato al fronte come materiale d'agitazione contro i soldati tedeschi e in seguito ai campi come materiale di studio per i prigionieri di guerra", ottenne tali obiettivi pratici e teorici.
Come mai la ristampa completa del 1939-41, che divenne l'editio princeps per l'accoglienza internazionale dei Grundrisse, usc in Germania Est nel 1953, qualche anno prima della pubblicazione delle Werke di Marx ed Engels, e deliberatamente scollegata da queste, non ci  dato saperlo, nonostante in merito siano state avanzate alcune ipotesi plausibili. Con un'unica eccezione, l'opera non cominci a produrre un impatto sugli studi marxiani fino agli anni Sessanta del Novecento. Tale eccezione  la sezione sulle "Forme che precedono la produzione capitalistica", che venne pubblicata per la prima volta separatamente in russo nel 1938 (come, qualche tempo prima, lo era stato il capitolo sul denaro). Fu tradotta in giapponese nel 1947 e in tedesco nel 1952, in ungherese e italiano (1953-54), e certamente discussa tra gli storici marxisti nel mondo anglofono. La traduzione inglese, corredata da un'introduzione esplicativa (1964), fu ben presto edita in lingua spagnola in Argentina e nella Spagna di Franco (1966-67). Presumibilmente il particolare interesse nei suoi confronti da parte degli storici marxisti e degli antropologi sociali aiuta a spiegare l'ampia diffusione di questo testo, ben prima che fossero disponibili i Grundrisse completi, nonch la sua rilevanza specifica per l'assai dibattuta analisi marxista delle societ del Terzo mondo; fece luce sul dibattito relativo al "modo di produzione asiatico", rispolverato in maniera controversa in Occidente da opere come Il dispotismo orientale di Wittfogel (1957).
La Rezeptionsgeschichte dei manoscritti degli anni 1857-58 comincia davvero con il grande sforzo, in seguito alla crisi del 1956, per liberare il marxismo dalla camicia di forza dell'ortodossia sovietica, sia all'interno sia all'esterno dei non pi monolitici partiti comunisti. Dato che non appartenevano al corpus canonico dei "classici", ma erano indiscutibilmente di Marx, tanto gli scritti del 1844 quanto i manoscritti del 1857-58 in seno ai partiti comunisti potevano essere considerati la base per una legittima apertura di posizioni fino ad allora chiuse. La quasi simultanea scoperta internazionale degli scritti di Gramsci, la cui prima pubblicazione in Unione Sovietica fu negli anni 1957-59, ebbe la medesima funzione. La convinzione che i Grundrisse avessero il potenziale dell'eterodossia  dimostrata dalla comparsa di traduzioni non ufficiali indipendenti, come quelle dei riformisti della casa editrice francese Anthropos (1968) e, sotto gli auspici della "New Left Review", di Martin Nicolaus (1971). Al di fuori dei partiti comunisti, i Grundrisse ebbero la funzione di giustificare un marxismo non comunista ma incontestabile. Questo per non divenne politicamente rilevante se non nell'epoca delle ribellioni studentesche negli anni Sessanta, bench la loro importanza fosse stata gi riconosciuta negli anni Cinquanta da studiosi tedeschi vicini alla tradizione di Francoforte, seppure non nel milieu dell'attivismo politico, come Lichtheim e il giovane Habermas. Anche la radicalizzazione studentesca, nelle universit in rapida espansione, forn un pubblico di lettori pi vasto di quanto non ci si sarebbe aspettati in passato per testi estremamente difficili come questi. Se non fosse stato per questo, editori commerciali come la Penguin Books non sarebbero stati certo disposti a pubblicare i Grundrisse, nemmeno come parte di una "Pelican Marx Library". Nel frattempo il testo era stato, con una certa riluttanza, accettato come parte integrante del corpus degli scritti di Marx in Unione Sovietica, essendo stato aggiunto alla precedente edizione delle opere di Marx-Engels negli anni 1968-69, sebbene in un'edizione a tiratura pi limitata rispetto al Capitale. Seguirono l'edizione ungherese e cecoslovacca e, dopo la fine di Mao, quella cinese.
Non  dunque affatto facile separare i dibattiti sui Grundrisse dalla situazione politica in cui ebbero luogo e che li stimol. Negli anni Settanta del Novecento, quando erano al culmine dell'intensit, soffrirono anche di un handicap generazionale o culturale, ossia la perdita della generazione pionieristica (soprattutto dell'Europa centrale e orientale) di studiosi dei testi marxiani dalla devozione e preparazione monumentali, uomini come David Rjazanov e Roman Rosdolsky. Alcuni sforzi seri furono in realt compiuti da pi giovani intellettuali trockisti per approfondire le precedenti analisi circa l'importanza da attribuire ai manoscritti degli anni 1857-58 nello sviluppo del pensiero di Marx, e pi specificamente sulla loro collocazione nel piano generale di quello che divenne la spina dorsale del Capitale. Ciononostante, autori con una formazione francamente insufficiente nella letteratura marxiana come Louis Althusser in Francia e Antonio Negri in Italia, poterono lanciare importanti polemiche teoriche marxiste, polemiche accolte da giovani uomini e donne a loro volta forse ancora privi di una vasta conoscenza dei testi, o della capacit di giudicare le passate controversie su di essi, anche solo per ragioni linguistiche.
Il presente volume collettivo appare in un periodo in cui i partiti e i movimenti marxisti sono solo di rado attori significativi sulla scena globale, e i dibattiti sulle loro dottrine, strategie, metodi e obiettivi non sono pi l'inevitabile cornice dei dibattiti sugli scritti di Marx, Engels e i loro seguaci. Eppure, viene pubblicato anche in un momento in cui il mondo sembra dimostrare la perspicacia e l'intuito di Marx circa il modus operandi economico del sistema capitalista. Forse questo  il momento giusto per ritornare a uno studio dei Grundrisse meno vincolato dalle considerazioni contingenti della politica di sinistra tra la denuncia di Stalin da parte di Krusciov e la caduta di Gorbaciov.  un testo enormemente complesso sotto ogni punto di vista, ma anche enormemente gratificante, se non altro perch fornisce l'unica guida alla serie completa dei trattati di cui il Capitale non  che una frazione, e un'introduzione unica alla metodologia del Marx maturo. Contiene analisi e intuizioni, per esempio, sulla tecnologia, che portano la trattazione del capitalismo di Marx molto al di l del XIX secolo, nell'era di una societ in cui la produzione non richiede pi lavoro di massa, l'era dell'automazione, del potenziale del tempo libero, e delle trasformazioni dell'alienazione in simili circostanze.  l'unico testo che si spinge ben oltre gli accenni dello stesso Marx al futuro comunista nell'Ideologia tedesca. In breve,  stato giustamente descritto come "il pensiero di Marx nella sua massima ricchezza".
* Prefazione a Marcello Musto (a cura di), Karl Marx's Grundrisse: Foundations of the Critique of Political Economy 150 Years Later, Routledge, London 2008.
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CAPITOLO 7. Marx e le formazioni precapitalistiche.
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Negli anni 1857-58, Karl Marx stava componendo un voluminoso manoscritto in preparazione di Per la critica dell'economia politica e del Capitale. Fu pubblicato con il titolo Grundrisse der Kritik der Politischen konomie a Mosca, negli anni 1939-41, sebbene alcuni brevi estratti fossero apparsi nella "Neue Zeit" nel 1903-04. Il tempo e il luogo di pubblicazione fecero s che l'opera rimanesse pressoch sconosciuta fino al 1952, quando ne venne pubblicata una sezione sotto forma di pamphlet a Berlino, e al 1953, quando nella stessa citt i Grundrisse furono ripubblicati in versione integrale. Questa edizione tedesca del 1953 rimase a lungo l'unica disponibile. I Grundrisse fanno dunque parte di quel vasto corpo di manoscritti di Marx ed Engels che non vennero mai pubblicati durante la vita degli autori, e sono divenuti accessibili per studi adeguati soltanto dal 1930.* La maggior parte di essi, come i Manoscritti economico-filosofici del 1844, che ricorrono con grande frequenza in successive discussioni, appartengono alla giovinezza sia di Marx sia del marxismo. I Grundrisse sono riconducibili invece alla sua piena maturit. Sono il risultato di un decennio d'intensi studi in Inghilterra e rappresentano chiaramente la fase del suo pensiero immediatamente precedente alla stesura del Capitale durante i primi anni Sessanta, di cui, come gi osservato, costituiscono il lavoro preliminare. I Grundrisse sono quindi gli ultimi grandi scritti del Marx maturo ad aver raggiunto il pubblico.
Date le circostanze,  assai sorprendente che siano stati trascurati. Questo  particolarmente vero per le sezioni intitolate Formen die der Kapitalistischen Produktion vorhergehen, in cui Marx cerca di venire a capo del problema dell'evoluzione storica precapitalistica. Non si tratta, infatti, di appunti futili o casuali. Le Formen non rappresentano soltanto, come Marx ebbe a scrivere orgogliosamente a Lassalle (12 novembre 1858), "il risultato di 15 anni di ricerche, cio dei migliori anni della mia vita"; mostrano Marx al meglio della sua brillantezza e profondit e sono anche, in molti modi, il pendant indispensabile alla superba Prefazione alla Critica dell'economia politica, che fu scritta poco dopo e presenta il materialismo storico nella sua forma pi pregnante. Si pu affermare senza esitazione che qualunque discussione storica marxista che non tenga conto dei Grundrisse, ossia pressoch tutte le discussioni di questo genere prima del 1941, e (purtroppo) gran parte di esse anche dopo, debba essere riconsiderata alla loro luce.
La trascuratezza di cui sono stati oggetto ha nondimeno le sue ovvie ragioni. I Grundrisse erano, come Marx scrisse a Lassalle, "monografie, scritte in periodi molto distanti l'uno dall'altro, per mia chiarificazione e non destinate alla pubblicazione". Non solo richiedono al lettore una certa dimestichezza con l'idioma del pensiero di Marx, cio con la sua intera evoluzione intellettuale e in particolare con l'hegelismo, ma sono anche scritti in una sorta di stenografia intellettuale privata che risulta a volte impenetrabile, in forma di note grezze inframmezzate da digressioni che, per quanto chiare possano essere state a Marx, a noi appaiono spesso ambigue. Chiunque abbia provato a tradurre il manoscritto, o anche a studiarlo e interpretarlo, sapr che  a volte quasi impossibile chiarire al di l di ogni ragionevole dubbio il significato di qualche passaggio sibillino.
Anche se Marx si fosse preso la briga di renderne chiaro il significato, sarebbe rimasto tutt'altro che facile a comprendersi, perch la sua analisi  condotta a un livello di estrema genericit, ossia in termini altamente astratti. In primo luogo Marx si preoccupa, come nella Prefazione alla Critica, di stabilire il meccanismo generale di ogni mutamento sociale: la formazione di rapporti sociali di produzione che corrispondono a un determinato stadio di sviluppo delle forze materiali di produzione; lo sviluppo periodico di conflitti tra le forze e i rapporti di produzione; le "epoche di rivoluzione sociale", in cui i rapporti ancora una volta si adattano al livello delle forze. Quest'analisi generale non implica alcuna dichiarazione circa specifici periodi storici, forze e rapporti di produzione. La parola "classe" non  dunque nemmeno menzionata nella Prefazione, dato che le classi non sono altro che casi speciali di rapporti sociali di produzione in particolari, bench certamente lunghissimi, periodi storici. E l'unica affermazione effettiva circa le forme e i periodi storici  la breve lista, non comprovata n spiegata, delle "epoche che marcano il progresso della formazione economica della societ", ossia le epoche "asiatica, antica, feudale e borghese moderna" di cui quella finale  l'ultima forma "antagonistica" del processo sociale di produzione.
Le Formen sono al contempo pi generali e pi specifiche della Prefazione, sebbene anch'esse,  importante sottolinearlo fin dall'inizio, non siano "storia" in senso stretto. Da un certo punto di vista, la bozza cerca di scoprire, nell'analisi dell'evoluzione sociale, la caratteristica di ogni dialettica o addirittura di ogni teoria soddisfacente su qualsiasi argomento. Cerca di possedere, e davvero ci riesce, quelle qualit d'economia intellettuale, genericit e intatta logica interna che gli scienziati sono inclini a definire "bellezza" o "eleganza"; e le persegue, con l'utilizzo del metodo dialettico di Hegel, sebbene su base materialista e non idealista.
Questo ci porta immediatamente al secondo aspetto. Le Formen tentano di formulare il contenuto della storia nella forma pi generale. Questo contenuto  il progresso. N coloro che negano l'esistenza del progresso storico n quanti (basandosi spesso sugli scritti del Marx immaturo) vedono il pensiero di Marx semplicemente come una richiesta etica per la liberazione dell'uomo, vi troveranno alcun sostegno alle loro tesi. Per Marx il progresso  qualcosa di oggettivamente definibile, e che allo stesso tempo punta a ci che  desiderabile. La forza della fede di Marx nel trionfo del libero sviluppo di tutti gli uomini non dipende dalla speranza che egli ripone in esso, ma nella presunta correttezza dell'analisi per cui  proprio quella la direzione in cui lo sviluppo storico alla fine guida il genere umano.
La base oggettiva dell'umanesimo di Marx, ma ovviamente e contemporaneamente anche della sua teoria dell'evoluzione sociale ed economica,  la sua analisi dell'uomo come animale sociale. L'uomo, o meglio gli uomini, svolgono un lavoro, riproducono cio la propria esistenza nella pratica quotidiana del respirare, di cercare cibo, riparo, amore, ecc. Lo fanno operando nella natura, attingendo da essa (e alla fine, consciamente, mutandola) a questo scopo. Questa interazione fra uomo e natura , e produce, l'evoluzione sociale. Il prendere dalla natura, o il determinare l'uso di piccole parti di essa (compreso il proprio corpo), pu essere considerato, e anzi lo  nel linguaggio comune, un'appropriazione, che quindi non  originariamente che un aspetto del lavoro. Questo  espresso nel concetto di propriet (da non confondersi assolutamente con il caso storicamente particolare di propriet privata). All'inizio, dice Marx, "il lavoratore sta in rapporto con le condizioni oggettive del suo lavoro come con cose di sua propriet; questa  l'unit naturale del lavoro con i suoi presupposti materiali [sachliche]" (p. 67). Essendo un animale sociale, l'uomo sviluppa sia la cooperazione sia una divisione sociale del lavoro (ovvero una specializzazione di funzioni), che non solo  resa possibile dall'esistenza di una eccedenza, ma la alimenta in un circolo virtuoso, pi di quanto  necessario per mantenere l'individuo e la comunit di cui fa parte. L'esistenza dell'eccedenza e della divisione sociale del lavoro rende possibile lo scambio. Ma inizialmente, sia la produzione sia lo scambio hanno come loro oggetto semplicemente l'uso, ovvero il mantenimento del produttore e della sua comunit. Questi sono i mattoni analitici principali su cui  costruita la teoria, e sono tutti in realt estensioni o corollari del concetto originale dell'uomo come animale sociale di tipo speciale.1
Il progresso  naturalmente osservabile nella crescente emancipazione dell'uomo dalla natura e nel suo crescente controllo su di essa. Tale emancipazione, cio dalla condizione di vita degli uomini primitivi, e dalle loro originarie relazioni spontanee (o, come dice Marx, naturwchsig "sviluppate in natura") che evolveranno in gruppi umani, influenza non solo le forze, ma anche i rapporti di produzione. Ed  di quest'ultimo aspetto che si occupano le Formen. Da una parte, i rapporti in cui entrano gli uomini come risultato della specializzazione del lavoro, e in particolare lo scambio, sono progressivamente chiarificati e raffinati, finch l'invenzione del denaro, e con esso della produzione e scambio di merci, non fornisce una base per procedimenti prima inimmaginabili, compresa l'accumulazione di capitale. (Questo processo, pur menzionato all'inizio, p. 67, non ne  l'argomento principale.) Dall'altra, la duplice relazione di lavoro-propriet viene progressivamente rotta man mano che l'uomo si allontana dal naturwchsig o dal primitivo rapporto spontaneamente evoluto con la natura. Assume la forma di una progressiva "separazione del lavoro libero dalle condizioni oggettive della sua realizzazione, dal mezzo di lavoro [Arbeitsmittel] e il materiale di lavoro [...] Dunque, innanzitutto, distacco del lavoratore dalla terra come suo rapporto naturale" (p. 67). Il suo chiarimento finale  raggiunto sotto il capitalismo, quando il lavoratore  ridotto a nient'altro che forza-lavoro, e viceversa, si potrebbe aggiungere, la propriet a un controllo dei mezzi di produzione completamente separato dal lavoro, mentre nel processo di produzione vi  una totale separazione tra l'uso (che non ha rilevanza diretta) e lo scambio e l'accumulazione (che  il fine diretto della produzione). Questo  il processo che, nelle sue possibili varianti tipologiche, Marx tenta di analizzare. Per quanto alcune particolari forme economico-sociali, che esprimono fasi particolari di questa evoluzione, siano assai rilevanti,  l'intero processo, che abbraccia secoli e continenti, che egli ha in mente. La sua cornice  dunque cronologica solo nel senso pi ampio e i problemi, si potrebbe dire, della transizione da una fase all'altra non sono la sua preoccupazione principale, tranne che nella misura in cui fanno luce sulla trasformazione a lungo termine.
Ma allo stesso tempo, tale processo di emancipazione dell'uomo dalle sue condizioni naturali originarie di produzione  un processo di individualizzazione umana. "L'uomo si isola [vereinzelt sich] solo attraverso il processo storico. Originariamente egli si presenta come essere sociale, tribale, gregario [...] Lo scambio stesso  uno dei mezzi principali di quest'isolamento. Esso rende superfluo il gregarismo e lo dissolve" (p. 96). Questo implica automaticamente una trasformazione nelle relazioni dell'individuo insieme a ci che originariamente era la comunit nella quale operava. La comunit precedente  stata trasmutata, nel caso estremo del capitalismo, nel meccanismo sociale disumanizzato che, mentre rende effettivamente possibile l'individualizzazione,  esterno e ostile all'individuo. Eppure, questo  un processo che offre possibilit immense all'umanit. Come osserva Marx in un passaggio pieno di speranza e splendore (pp. 84-85):
La vecchia concezione, secondo cui l'uomo, anche se inteso in un senso molto limitato da un punto di vista nazionale, religioso, politico,  sempre lo scopo della produzione, appare molto elevata nei confronti del mondo moderno, in cui la produzione si presenta come lo scopo dell'uomo e la ricchezza come lo scopo della produzione. Ma in concreto una volta gettata via la limitata forma borghese, che cosa  la ricchezza se non l'universalit dei bisogni, delle capacit, dei consumi, delle forze produttive, eccetera, degli individui, creata nello scambio universale? Che cosa , se non il pieno sviluppo del dominio dell'uomo sulle forze della natura, sia quelle della cosiddetta "natura", sia su quelle della propria natura? Che cosa , se non l'estrinsecazione assoluta delle sue doti creative, senza nessun altro presupposto che non sia il precedente sviluppo storico, la quale rende fine a se stessa quella totalit dello sviluppo, cio dello sviluppo di tutte le forze umane come tali non misurate su di un metro gi dato? Nella quale l'uomo non si riproduce entro un mondo determinato ma produce la sua totalit? Dove non cerca di rimanere qualche cosa di divenuto, ma  nell'assoluto movimento del divenire? Nell'economia politica borghese, e nell'epoca della produzione a cui essa corrisponde, questa completa estrinsecazione della natura interna dell'uomo appare come un completo svuotarsi, questo processo universale di oggettivazione come estraniazione totale, e la eliminazione di tutti gli scopi determinati unilaterali come sacrificio dello scopo autonomo a uno scopo completamente esteriore.
Anche nella sua forma pi disumanizzata e apparentemente contraddittoria, l'ideale umanista del libero sviluppo individuale  pi vicino di quanto non lo sia mai stato in tutte le precedenti fasi della storia. Aspetta unicamente il passaggio da quello che Marx chiama, con una frase lapidaria, lo stadio preistorico della societ umana - l'epoca delle societ classiche, l'ultima delle quali  il capitalismo - all'epoca in cui l'uomo  arbitro del proprio destino, l'epoca del comunismo.
La visione di Marx  dunque una forza meravigliosamente unificante. Il suo modello di sviluppo sociale ed economico  tale (a differenza di quello di Hegel) da poter essere applicato alla storia per produrre risultati fertili e originali anzich tautologie; ma allo stesso tempo pu essere presentato come il dispiego delle possibilit logiche latenti in poche elementari e quasi assiomatiche affermazioni circa la natura dell'uomo, una risoluzione dialettica delle contraddizioni di lavoro/propriet, e la divisione del lavoro.2  un modello fattuale ma, visto da un'angolazione leggermente differente, lo stesso modello ci fornisce dei giudizi di valore.  questa multidimensionalit della teoria di Marx a far s che tutti, tranne gli sciocchi o i prevenuti, lo rispettino e ammirino come pensatore, anche quando non sono d'accordo con lui. Al contempo, in particolare quando lo stesso Marx non fa concessioni ai requisiti del lettore esterno, essa indubbiamente aumenta la difficolt di questo testo.
Un esempio di questa complessit esige una menzione particolare:  il rifiuto di Marx di separare le diverse discipline accademiche.  possibile farlo in sua vece; cos J. Schumpeter, uno dei critici marxiani pi acuti, cerc di distinguere il Marx sociologo dal Marx economista, e si potrebbe facilmente discernere il Marx storico. Ma simili distinzioni meccaniche sono fuorvianti, e del tutto contrarie al metodo di Marx. Furono gli economisti accademici borghesi a cercare di tirare una linea netta tra analisi statica e dinamica, sperando di trasformare l'una nell'altra iniettando alcuni elementi "dinamizzanti" nel sistema statico; e sono sempre gli economisti accademici che ancora elaborano un modello preciso di "crescita economica", preferibilmente esprimibile in equazioni, e relegano tutto ci che non vi si adatta nell'ambito dei "sociologi". I sociologi accademici operano simili distinzioni a un livello piuttosto inferiore di interesse scientifico, gli storici a uno ancora pi modesto. Non cos Marx. I rapporti sociali di produzione (le organizzazioni, cio, nel senso pi ampio) e le forze materiali di produzione, al livello delle quali essi corrispondono, non possono essere scissi. "L'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della societ."3 Lo sviluppo economico non pu essere ridotto alla "crescita economica", ancor meno alla variazione di fattori isolati quali la produttivit o il tasso di accumulazione del capitale, come secondo gli economisti volgari moderni, che sostenevano che si ha una crescita quando viene investito pi del, diciamo, 5 per cento del reddito nazionale.4 Questo non pu essere discusso fuorch in termini di particolari epoche storiche e particolari strutture sociali. La discussione marxiana sui vari modi di produzione precapitalistici ne  un brillante esempio, e incidentalmente illustra quanto sia completamente errato pensare al materialismo storico come a un'interpretazione economica (o, se per questo, sociologica) della storia.5
Eppure, anche se siamo fermamente consapevoli del fatto che Marx non debba essere segmentato secondo le specializzazioni accademiche dei nostri tempi, pu tuttavia risultare ancora difficile cogliere l'unit del suo pensiero, in parte perch il mero sforzo richiesto da un'esposizione sistematica e lucida tende a indurci a discutere i suoi differenti aspetti separatamente anzich simultaneamente, e in parte perch il compito della ricerca e della verifica scientifica deve a un certo punto portarci a farlo. Questa  una ragione per cui alcuni degli scritti di Engels, che si prefiggono l'obiettivo di una esposizione chiara, danno l'impressione di semplificare eccessivamente o di assottigliare lo spessore del pensiero di Marx. Alcune successive trattazioni marxiste, come Materialismo dialettico e materialismo storico di Stalin, si sono spinte molto oltre, se non fin troppo, in questa direzione. Per contro, il desiderio di enfatizzare l'unitariet dialettica e l'interdipendenza di Marx pu produrre semplicemente delle vaghe generalizzazioni sulla dialettica stessa, o a osservazioni come quella secondo cui la sovrastruttura non  meccanicamente o a breve termine determinata dalla base, ma reagisce a essa e pu di volta in volta dominarla. Simili affermazioni possono avere un valore pedagogico e servono da monito contro visioni del marxismo eccessivamente semplificate (ed  in quanto tali che per esempio Engels le fece nella ben nota lettera a Bloch), ma non ci fanno progredire granch. Esiste, come Engels faceva notare a Joseph Bloch,6 un modo soddisfacente per evitare queste difficolt: quello di "studiare questa teoria sulle sue fonti, originali e non di seconda mano".  per questa ragione che le Formen, nelle quali il lettore pu seguire Marx mentre sta effettivamente pensando, meritano uno studio cos attento e ammirato.
La maggioranza dei lettori sar interessata a un aspetto importante: la discussione di Marx sulle epoche dello sviluppo storico, che formano il background alla breve lista contenuta nella Prefazione alla Critica dell'economia politica. Si tratta di un argomento di per s complesso, che richiede da parte nostra almeno la conoscenza di alcuni concetti dello sviluppo del pensiero di Marx ed Engels sulla storia e l'evoluzione storica, e delle fortune delle loro principali periodizzazioni o divisioni nelle discussioni marxiste successive.
La formulazione classica di queste epoche del progresso umano avviene nella Prefazione alla Critica dell'economia politica, di cui i Grundrisse sono una bozza preliminare. Qui Marx afferm che "a grandi linee, si possono designare come epoche progressive della formazione economica della societ i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese-moderno".7 L'analisi che lo condusse a questa idea, e il modello teorico di evoluzione economica che essa implica, non sono discussi nella Prefazione, sebbene vari passaggi nella Critica e nel Capitale (specialmente il libro III) ne costituiscano una parte o siano difficili da comprendersi senza. Le Formen, d'altro canto, affrontano quasi interamente questo problema. Sono quindi una lettura essenziale per chiunque desideri comprendere i modi di pensiero di Marx in generale, o il suo approccio al problema dell'evoluzione e della classificazione storica in particolare.
Ci non significa che siamo obbligati ad accettare la lista di epoche storiche di Marx come viene proposta dalla Prefazione, o dalle Formen. Come vedremo, poche parti del pensiero di Marx sono state rivedute dai suoi pi devoti seguaci pi di questo elenco, non necessariamente in maniera altrettanto giustificata, e n Marx n Engels ne rimasero soddisfatti per il resto della loro vita. La lista, e gran parte della discussione nelle Formen che vi sta alla base, sono frutto non della teoria, ma dell'osservazione. La teoria generale del materialismo storico richiede soltanto che ci sia una successione di modi di produzione, sebbene non necessariamente uno in particolare, e forse nemmeno in un particolare ordine predeterminato.8 Guardando agli effettivi dati storici, Marx ritenne di poter distinguere un certo numero di forme socioeconomiche e una certa successione. Ma se si fosse sbagliato nelle sue osservazioni, o se queste si fossero basate su informazioni parziali e per questo fuorvianti, la teoria generale del materialismo storico ne sarebbe risultata comunque intatta. Oggi si concorda generalmente sul fatto che le osservazioni di Marx ed Engels sulle epoche precapitalistiche poggiano su studi assai meno completi che non l'analisi e la descrizione del capitalismo di Marx. Egli concentr le sue energie sullo studio del capitalismo e affront il resto della storia in modo pi o meno dettagliato, ma soprattutto nella misura in cui era in relazione con le origini e lo sviluppo del capitalismo. Sia lui sia Engels erano, per quanto riguarda la storia, dei profani eccezionalmente colti, a cui il genio e la teoria permisero di sfruttare il proprio sapere immensamente meglio di qualunque loro contemporaneo; tuttavia potevano fare affidamento solo sulla letteratura che avevano a disposizione, che era assai pi scarsa rispetto a oggi.  quindi utile esaminare brevemente ci che Marx ed Engels sapevano della storia e ci che invece non potevano ancora sapere. Questo non significa che la loro conoscenza fosse insufficiente per l'elaborazione delle loro teorie sulle societ precapitalistiche. Poteva senz'altro essere perfettamente adeguata.  un capriccio professionale da studiosi credere che il semplice accumulo di volumi e articoli aumenti la capacit di capire: a volte, non fa altro che riempire le biblioteche. Ciononostante, una conoscenza della base effettiva dell'analisi storica di Marx  indubbiamente auspicabile ai fini della sua comprensione.
Per quanto concerne la storia dell'antichit classica (greco-romana), Marx ed Engels erano quasi altrettanto ben attrezzati dello studente moderno che si affida a fonti puramente letterarie, bench la grande mole di lavoro archeologico e la raccolta di iscrizioni, che hanno da allora rivoluzionato lo studio dell'antichit classica, non fossero disponibili quando le Formen furono scritte, cos come non lo erano i papiri. (Schliemann non cominci i suoi scavi a Troia che nel 1870 e il primo volume del Corpus Inscriptionum Latinarum di Mommsen non apparve fino al 1863.) In quanto uomini dall'educazione classica, non avevano difficolt a leggere il latino e il greco, e sappiamo che avevano dimestichezza anche con fonti molto recondite come Giornande, Ammiano Marcellino, Cassiodoro e Orosio.9 D'altro canto, n una cultura classica n il materiale disponibile all'epoca consentivano una seria conoscenza dell'Egitto e dell'antico Medio Oriente. Marx ed Engels in questo periodo di fatto non si occuparono di quest'area geografica. Anche i riferimenti casuali a essa sono relativamente scarsi; ci tuttavia non significa che ne trascurassero i problemi storici.10
Nel campo della storia orientale, la loro situazione era abbastanza differente. Non vi sono prove che prima del 1848 Marx ed Engels abbiano riflettuto o letto molto su questo argomento.  probabile che non sapessero di storia orientale pi di quanto si pu leggere nelle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel (che non  illuminante), a cui si aggiungevano altre informazioni che potevano essere familiari ai tedeschi colti dell'epoca. L'esilio inglese, gli sviluppi politici degli anni Cinquanta e soprattutto gli studi economici di Marx trasformarono rapidamente le loro conoscenze. Marx stesso deriv chiaramente certe nozioni sull'India dagli economisti classici che aveva letto o riletto nei primi anni Cinquanta (i Principi di John Stuart Mill, Adam Smith, la Introductory Lecture di Richard Jones nel 1851).11 Cominci a pubblicare articoli sulla Cina (14 giugno) e l'India (25 giugno) per il "New York Daily Tribune" nel 1853.  evidente come in quell'anno sia lui sia Engels fossero profondamente interessati ai problemi storici dell'Oriente, al punto che Engels cerc di imparare il persiano.12 All'inizio dell'estate del 1853, la loro corrispondenza fa riferimento alla Historical Geography of Arabia, del reverendo C. Foster, ai Voyages di Bernier, all'orientalista Sir William Jones, ai documenti parlamentari sull'India, e alla History of Java di Stamford Raffles.13  ragionevole supporre che le idee di Marx sulla societ asiatica abbiano ricevuto la loro prima formulazione matura in questi mesi. Erano, come risulter evidente, basate su studi ben pi che superficiali.
D'altro canto, gli studi di Marx ed Engels sul feudalesimo europeo occidentale sembrano aver proceduto in maniera differente. Marx era aggiornato riguardo la ricerca corrente sulla storia agraria medievale, il che significava soprattutto aver letto le opere di Hanssen, Meitzen e Maurer,14 cui si fa gi riferimento nel libro I del Capitale, ma in realt vi sono pochi indizi che in questo periodo fosse seriamente interessato ai problemi dell'evoluzione dell'agricoltura medievale, o alla servit della gleba. (I riferimenti sono in relazione all'effettiva servit della gleba dell'Europa dell'Est e specialmente della Romania.) Fu soltanto dopo la pubblicazione del primo libro del Capitale (quindi anche dopo l'abbozzo sostanziale del secondo e del terzo libro) che questo problema inizi evidentemente ad assorbire l'attenzione dei due amici, soprattutto a partire dal 1868, quando Marx cominci seriamente a studiare Maurer, le cui opere lui ed Engels considerarono, da quel momento in poi, il fondamento delle loro conoscenze in questo campo.15 Tuttavia, l'interesse di Marx sembra essere rivolto ai contributi dati da Maurer e altri alla conoscenza delle comunit contadine originarie piuttosto che sulla servit della gleba, sebbene Engels appaia sin dall'inizio attento anche a quest'aspetto, tanto da elaborarlo, partendo da Maurer, nel suo trattato La marca (scritto nel 1882). Alcune delle ultimissime lettere che i due si scambiarono nel 1882, hanno come oggetto l'evoluzione storica della servit della gleba.16 Sembra chiaro che l'interesse di Marx per l'argomento aument verso la fine della sua vita, di pari passo con la preoccupazione per i problemi della Russia. Le sezioni del terzo libro del Capitale, che affrontano le trasformazioni della rendita, non mostrano alcun segno di studi dettagliati della letteratura sull'agricoltura feudale occidentale.
L'interesse di Marx per le origini medievali della borghesia e per il commercio e la finanza feudali era, come risulta evidente dal libro III del Capitale, assai pi forte.  chiaro che studi non soltanto opere di carattere generale sul Medioevo occidentale ma, nella misura in cui erano disponibili, testi specialistici sui prezzi medievali (Thorold Rogers), sul sistema bancario, la circolazione monetaria e il commercio medievale.17 Naturalmente lo studio di questi argomenti stava muovendo i primi passi nel periodo di lavoro pi intenso di Marx, gli anni Cinquanta e Sessanta dell'Ottocento, tanto che alcune delle sue fonti sia sulla storia agraria che commerciale ormai da tempo devono essere considerate obsolete.18
In generale, l'interesse di Engels per l'Occidente, e in special modo per il Medioevo germanico, era assai pi vivace di quello di Marx. Leggeva molto, comprese fonti primarie e monografie locali, abbozzava lineamenti di storia antica tedesca e irlandese, era particolarmente consapevole dell'importanza non solo delle prove linguistiche, ma dell'archeologia (in special modo le opere scandinave, di cui Marx aveva gi rilevato l'eccellenza negli anni Sessanta), ed era perfettamente conscio, al pari di qualsiasi studioso moderno, dell'importanza cruciale dei documenti economici dell'et medievale, come il Polyptycus dell'abate Irmino di S. Germain-des-Prs. Tuttavia non si pu evitare l'impressione che egli, come Marx, fosse realmente interessato pi all'antica comunit contadina che allo sviluppo feudale.
Per quanto riguarda la societ comunitaria primitiva, le idee storiche di Marx ed Engels furono quasi certamente trasformate dallo studio di due autori: Georg von Maurer, che cerc di dimostrare l'esistenza della propriet comunitaria come uno stadio della storia tedesca, e soprattutto Lewis Morgan, la cui Ancient society (1877) forn le basi per la loro analisi del comunitarismo primitivo. La marca di Engels (1882) si fonda sul primo, e L'origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato (1884)  pesantemente, e allo stesso modo apertamente debitore nei confronti del secondo. L'opera di Maurer (che, come abbiamo visto, cominci a esercitare la sua importante influenza sui due amici nel 1868) era da loro considerata in un certo senso come una liberazione del sapere dal medievalismo romantico che reagiva alla Rivoluzione francese. (La loro mancanza di simpatia nei confronti di tale romanticismo forse spiega qualcosa della relativa trascuratezza verso la storia feudale occidentale.) Volgere indietro lo sguardo al di l del Medioevo, alle epoche primitive della storia umana, come faceva Maurer, sembrava consono alla tendenza socialista, bench gli studiosi tedeschi che lo facevano non fossero socialisti.19 Lewis Morgan, naturalmente, crebbe in un'atmosfera utopico-socialista ed evidenzi chiaramente la relazione tra lo studio della societ primitiva e il futuro. Era dunque del tutto naturale che Marx, il quale entr in contatto con la sua opera subito dopo la sua pubblicazione e not immediatamente la somiglianza dei suoi risultati con i propri, lo accogliesse con favore e se ne servisse, riconoscendogli come al solito il proprio debito con l'onest scientifica scrupolosa che lo caratterizzava in quanto studioso. Una terza fonte che Marx utilizz abbondantemente nei suoi anni pi maturi fu la letteratura davvero esaustiva degli studiosi russi, specialmente le opere di M.M. Kovalevskij.
Al tempo in cui le Formen vennero scritte, le cognizioni di Marx ed Engels sulla societ primitiva erano quindi soltanto approssimative. Non si basavano su alcuna conoscenza seria delle societ tribali, poich l'antropologia moderna era agli inizi e, nonostante le opere di Prescott (che Marx lesse nel 1851 e utilizz chiaramente nelle Formen), altrettanto lo era la nostra conoscenza delle civilt precolombiane delle Americhe. Fino a Morgan, le loro idee su di essa si fondavano in parte su autori classici, in parte su materiale orientale, ma soprattutto su materiale dell'Europa del primo Medioevo o sullo studio delle sopravvivenze del comunitarismo in Europa. Tra questi, quello slavo ed europeo orientale ebbero un ruolo di rilievo, dato che la robustezza di simili sopravvivenze in queste zone aveva da tempo attirato l'attenzione degli studiosi. La divisione in quattro tipologie base, orientale (indiano), greco-romano, germanico e slavo (si veda p. 95) concorda con lo stato delle loro conoscenze negli anni Cinquanta.
Riguardo alla storia dello sviluppo capitalistico, Marx ne era gi un grande esperto alla fine degli anni Cinquanta, sulla base non tanto della letteratura di storia economica, che allora esisteva a malapena, ma della voluminosa letteratura di teoria economica, di cui aveva una profonda conoscenza. In ogni caso, la natura di questa sua conoscenza  sufficientemente nota. Basta uno sguardo alle bibliografie incluse nella maggior parte delle edizioni del Capitale a illustrarla. Effettivamente, secondo gli standard moderni, l'informazione disponibile negli anni Cinquanta e Sessanta dell'Ottocento era senz'altro carente, ma non per questo dovremmo considerarla inutile, specialmente se utilizzata da un uomo dell'acutezza mentale di Marx. Si potrebbe quindi affermare che la nostra conoscenza dell'aumento dei prezzi del XVI secolo, e il ruolo che vi gioc l'oro americano,  stata posta su una solida base documentaria soltanto dal 1929 circa, o addirittura pi tardi.  facile dimenticare che almeno un'opera basilare su questo tema era gi disponibile prima della morte di Marx,20 e ancora pi facile dimenticare che, molto prima di questa, sull'argomento si sapeva in generale quel tanto che bastava a permettere un'intelligente discussione, come quella di Marx nella Critica dell'economia politica.21 Non c' poi bisogno di aggiungere che sia Marx sia Engels si tennero aggiornati circa i lavori successivi in questo campo.
Per lo stato generale della conoscenza storica di Marx ed Engels, questo  quanto. Possiamo riassumerla come segue: era (almeno nel periodo in cui le Formen furono abbozzate) scarsa sulla preistoria, sulle societ comunali primitive e sull'America precolombiana, e pressoch inesistente sull'Africa; non era straordinaria sul Medio Oriente antico o medievale, ma senz'altro migliore su certe parti dell'Asia, soprattutto l'India, seppure non sul Giappone. Era buona sull'antichit classica e il Medioevo europeo, bench l'interesse di Marx (e in misura minore di Engels), nei confronti di questo periodo fosse altalenante. Ed era, per l'epoca, eccezionalmente buona sul periodo dell'ascesa del capitalismo. Entrambi erano, naturalmente, attenti studiosi di storia.  tuttavia probabile che vi siano stati due periodi nella carriera di Marx in cui egli si occup pi approfonditamente della storia delle societ preindustriali o non europee: gli anni Cinquanta, cio il periodo che precede la stesura della Critica dell'economia politica, e gli anni Settanta, dopo la pubblicazione del primo libro del Capitale e l'abbozzo sostanziale dei libri II e III, quando Marx sembra essere tornato agli studi storici, con maggiore attenzione all'Europa orientale e alle societ primitive, forse in relazione al suo interesse per le possibilit di una rivoluzione in Russia.
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Seguiremo ora l'evoluzione delle idee di Marx ed Engels sulla periodizzazione e l'evoluzione storica. La prima fase di essa viene esaminata in modo pi compiuto nell'Ideologia tedesca del 1845-46, in cui gi si riconosce (cosa che in s naturalmente non era nuova) come vari stadi nella divisione sociale del lavoro corrispondano a varie forme di propriet. La prima di queste era quella comunitaria e corrispondeva a "quel grado non ancora sviluppato della produzione in cui un popolo vive di caccia e di pesca, dell'allevamento del bestiame o al massimo dell'agricoltura".22 In questa fase la struttura sociale  basata sullo sviluppo e la modificazione del gruppo di parentela, e sulla sua divisione interna del lavoro. Il gruppo di parentela (la famiglia) tende a sviluppare al proprio interno non soltanto la distinzione tra i capi trib e gli altri, ma anche la schiavit, che cresce con l'aumentare della popolazione e dei bisogni, e l'ampliamento dei rapporti esterni, riguardanti la guerra o il baratto. Il primo importante progresso nella divisione sociale del lavoro consiste nella separazione del lavoro industriale e commerciale da quello agricolo, e pertanto porta alla distinzione e all'opposizione tra citt e campagna. Ci conduce a sua volta alla seconda fase storica dei rapporti di propriet, "la propriet della comunit antica e dello Stato". Marx ed Engels individuano le sue origini nella formazione delle citt attraverso l'unione (realizzata mediante accordo o conquista) di gruppi tribali, pur continuando a sussistere la schiavit. La propriet cittadina comunitaria (compresa quella dei cittadini sugli schiavi della citt)  la forma principale di propriet, ma a fianco di questa emerge la propriet privata, sebbene all'inizio subordinata a quella comunitaria. Con l'ascesa della propriet privata, dapprima di beni mobili e in seguito soprattutto d'immobili, quest'ordine sociale decade, e con esso la posizione dei "liberi cittadini", le cui posizioni rispetto agli schiavi era basata sul loro status collettivo di membri di trib primitive.
A questo punto la divisione sociale del lavoro  gi abbastanza elaborata. Non soltanto esiste la divisione tra citt e campagna, e anche nel tempo tra Stati che rappresentano gli interessi urbani e rurali, ma, all'interno delle citt, la divisione tra industria e commercio estero; e, naturalmente, quella tra uomini liberi e schiavi. La societ romana fu l'ultimo sviluppo di questa fase evolutiva.23 La sua base era la citt, e non riusc mai ad andare al di l delle sue limitazioni.
Segue cronologicamente la terza forma storica di propriet, la "propriet feudale o degli ordini", sebbene di fatto l'Ideologia tedesca non indichi nessi logici tra esse, limitandosi semplicemente a prendere atto della successione e dell'effetto della commistione tra le istituzioni dell'Impero romano in declino e quelle delle trib (germaniche) conquistatrici. Il feudalesimo appare come un'evoluzione alternativa del comunitarismo primitivo, in circostanze nelle quali non si sviluppa alcuna citt, per via della bassa densit della popolazione su una vasta area. Le dimensioni dell'area sembrano d'importanza decisiva, perch Marx ed Engels affermano che "lo sviluppo feudale comincia quindi su un terreno molto pi esteso, preparato dalle conquiste romane e dalla diffusione dell'agricoltura che originariamente vi  connessa".24 In questa situazione  la campagna, e non la citt, il punto di partenza dell'organizzazione sociale; ancora una volta  la propriet comunitaria - che in effetti si trasforma nella propriet collettiva dei signori feudali in quanto gruppo, sostenuta dall'organizzazione militare dei conquistatori tribali germanici - a costituirne la base. Ma la classe sfruttata in opposizione alla quale la nobilt feudale organizz la propria gerarchia, e le relative compagnie armate, non era composta da schiavi, bens da servi della gleba. Allo stesso tempo, esisteva una divisione parallela nelle citt. Qui la forma basilare di propriet era il lavoro privato degli individui, ma vari fattori - la necessit di difendersi, la concorrenza e l'influenza delle organizzazioni feudali della campagna circostante - produssero analoghe organizzazioni sociali: le corporazioni dei maestri mercanti, o artigiani, che nel tempo si opposero agli operai e apprendisti. Sia la propriet fondiaria lavorata dai servi della gleba sia il piccolo artigianato che si avvaleva della manodopera di apprendisti e operai sono descritti in questo stadio come "la forma principale di propriet" sotto il feudalesimo (Haupteigentum). La divisione del lavoro era relativamente poco sviluppata, ma era espressa soprattutto dalla netta separazione di vari "ordini": principi, nobili, clero e contadini nelle campagne, padroni, operai, apprendisti, e infine una "plebe" di lavoratori a giornata nelle citt. Questo sistema territorialmente esteso richiedeva delle unit politiche relativamente ampie, negli interessi tanto della nobilt terriera quanto delle citt: erano le monarchie feudali, che pertanto divennero universali.
La transizione da feudalesimo a capitalismo, tuttavia,  un prodotto dell'evoluzione sociale.25 Comincia nei centri urbani, perch la separazione tra citt e campagna  un fondamentale e, dalla nascita della civilt al XIX secolo,  un costante elemento della divisione sociale del lavoro, nonch sua espressione. In seno alle citt, che ancora una volta erano sorte nel Medioevo, si svilupp una divisione del lavoro tra produzione e commercio, l dove era venuta meno dopo l'antichit. Questo forn le basi per scambi commerciali su lunghe distanze, e una conseguente divisione del lavoro (specializzazione della produzione) tra citt differenti. La difesa dei cittadini contro i feudatari e l'interazione tra le citt produsse una classe formatasi dai gruppi di cittadini delle singole citt. "La borghesia stessa non si sviluppa che a poco a poco insieme alle sue condizioni, si scinde poi in varie frazioni sulla base della divisione del lavoro e infine assorbe in s tutte le classi preesistenti (mentre trasforma in una nuova classe, il proletariato, la maggioranza dei non possidenti che prima esistevano e una parte delle classi fino allora possidenti) nella misura in cui tutta la propriet preesistente  trasformata in capitale industriale o commerciale." Marx poi aggiunge una nota: "Essa assorbe innanzi tutto i rami di lavoro che appartengono direttamente allo Stato, poi tutti i ceti pi o meno ideologici".26
Fintanto che il commercio non  diventato mondiale e non  basato sull'industria su larga scala, le innovazioni tecnologiche dovute a questi sviluppi rimangono insicure. Potrebbero, che siano su base locale o regionale, andare perdute in conseguenza di invasioni, o guerre barbariche, e i progressi locali non vanno generalizzati. (Notiamo en passant che l'Ideologia tedesca qui tocca l'importante problema della decadenza e regressione storiche.) Lo sviluppo cruciale del capitalismo  pertanto quello del mercato mondiale.
La prima conseguenza della divisione del lavoro tra le citt  l'emergere di manifatture indipendenti dalle corporazioni, che si basano (come nei centri pionieristici d'Italia e delle Fiandre) sul commercio estero, oppure (come in Inghilterra e Francia) sul mercato interno. Esse poggiano anche su una crescente densit della popolazione, particolarmente nelle campagne, e su una crescente concentrazione di capitale dentro e fuori le corporazioni. Tra le attivit manifatturiere, la tessitura (in quanto dipendente dall'uso di macchinari, seppure rudimentali) si dimostr la pi importante; la crescita di produttori manifatturieri a sua volta forn una via di fuga ai contadini feudali, che erano fino ad allora scappati nelle citt, ma erano stati esclusi in maniera crescente dalle corporazioni. La fonte di questo lavoro proveniva in parte dalle ex clientele e dagli eserciti feudali, in parte dalla popolazione cacciata dalle campagne dalle migliorie in campo agricolo e dalla sostituzione dei pascoli con terreni coltivati.
Con l'ascesa dei produttori manifatturieri, le nazioni cominciano a competere in questo ambito, e il mercantilismo (con le sue guerre commerciali, le tariffe e i divieti) cresce su scala nazionale. All'interno delle manifatture si sviluppano i rapporti tra capitalisti e lavoratori. La vasta espansione del commercio determinata dalla scoperta delle Americhe, dalla conquista delle rotte per l'India e dall'importazione di massa di prodotti d'oltremare, soprattutto oro in lingotti, scosse sia la posizione della propriet terriera feudale sia quella della classe lavoratrice. Il conseguente mutamento nei rapporti di classe, le conquiste, la colonizzazione "e soprattutto l'allargamento dei mercati in mercato mondiale che solo ora era diventato possibile, e anzi si attuava ogni giorno di pi",27 apr una nuova fase nello sviluppo storico.
A questo punto, non c' bisogno di seguire oltre l'argomento, se non per notare che l'Ideologia tedesca documenta due ulteriori periodi di sviluppo prima del trionfo dell'industria: fino al pieno XVII secolo e da questo momento in poi fino alla fine del XVIII; e inoltre osserva che il successo della Gran Bretagna nello sviluppo industriale era dovuto alla concentrazione del commercio e della manifattura in quel Paese durante il XVII secolo, che cre gradualmente "per questo Paese un mercato mondiale relativo e quindi una domanda per i prodotti manufatti che non poteva pi essere soddisfatta dalle forze produttive industriali allora esistenti".28
Quest'analisi  chiaramente il fondamento delle sezioni storiche del Manifesto del partito comunista. La sua base storica  esile: l'antichit classica (soprattutto romana) e l'Europa occidentale e centrale. Riconosce solo tre forme di societ di classe: la societ schiavile dell'antichit, il feudalesimo e la societ borghese. Sembra suggerire le prime due come percorsi alternativi fuori dalla societ comunitaria primitiva, unicamente collegati dal fatto che la seconda si afferm sulle rovine della prima. Non viene delineato alcun meccanismo che spieghi il loro crollo, sebbene sia probabilmente implicito nell'analisi. La societ borghese a sua volta viene vista emergere, per cos dire, tra gli interstizi della societ feudale; la sua crescita  tratteggiata completamente, almeno all'inizio, come quella delle citt e all'interno di esse, il cui collegamento con il feudalesimo agrario consiste soprattutto nell'aver tratto la propria popolazione originaria e i suoi rinforzi da ex servi. Non vi  ancora alcun tentativo serio di scoprire le fonti dell'eccedenza di popolazione che deve fornire la forza lavoro per le citt e le manifatture, essendo i commenti a tale riguardo troppo approssimativi per avere un certo peso analitico. Dev'essere considerata come un'ipotesi assai rozza e provvisoria dello sviluppo storico, sebbene alcune delle osservazioni incidentali che contiene siano suggestive, e a volte brillanti.
La fase del pensiero di Marx rappresentata dalle Formen  notevolmente pi sofisticata e ponderata, ed  naturalmente basata su studi storici assai pi vasti e diversificati, stavolta non confinati all'Europa. L'innovazione principale nella tabella della periodizzazione  il "sistema asiatico" od "orientale", che non  incorporato nella famosa Prefazione alla Critica dell'economia politica.
Parlando in generale, ci sono ora tre o quattro percorsi alternativi fuori del sistema comunitario primitivo, ciascuno dei quali rappresenta una forma della divisione sociale del lavoro gi esistente, o in esso implicita: l'orientale, l'antica, la germanica (sebbene Marx non la confinasse ovviamente all'interno di un unico popolo) e una piuttosto vaga forma slava, che non  ulteriormente discussa, ma ha delle affinit con quella orientale (pp. 88, 97). Una distinzione importante tra queste forme  quella storicamente cruciale tra i sistemi che resistono all'evoluzione storica e quelli che la favoriscono. Il modello del 1845-46 tocca appena questi problemi, sebbene, come abbiamo visto, la visione di Marx dello sviluppo storico non fosse mai semplicemente unilineare, n mai lui la consider come una semplice registrazione di progressi. Ciononostante, dal 1857-58 la discussione  considerevolmente pi evoluta.
In passato, una conseguenza della mancata conoscenza delle Formen ha indotto la discussione del sistema orientale a imperniarsi principalmente sulle prime lettere di Marx ed Engels e sugli articoli di Marx sull'India (entrambe del 1853).29 In queste missive i due amici parlano di tale sistema come caratterizzato, in linea con le idee dei primi osservatori stranieri, dall'"assenza di propriet fondiaria". Questo lo si riteneva dovuto a condizioni peculiari che richiedevano una centralizzazione eccezionale, per esempio l'esigenza di lavori pubblici e sistemi di irrigazione in aree che altrimenti non avrebbero potuto essere coltivate. Tuttavia, dopo un'ulteriore riflessione, Marx evidentemente reput che la caratteristica fondamentale di questo sistema fosse "il combinarsi della manifattura e dell'agricoltura" nella comunit di villaggio, la quale contiene cos "in s tutte le condizioni della riproduzione e produzione in eccedenza" (pp. 78, 83, 91), e che pertanto resistette pi tenacemente alla disintegrazione e all'evoluzione economica rispetto a qualsiasi altro sistema (p. 83). L'assenza teorica di propriet nel "dispotismo orientale" maschera cos la "propriet tribale o comunitaria" che ne  la base (pp. 69-71). Tale sistema pu essere decentralizzato o centralizzato, "pi dispotico o democratico" nella forma, e organizzato in modi diversi. Laddove queste piccole unit-comunit esistono come parte di un'unit pi estesa, possono dedicare parte della loro eccedenza di prodotti per "fronteggiare le spese della comunit, cio per la guerra, per il culto, ecc., e per attivit economicamente necessarie, come l'irrigazione e il mantenimento delle vie di comunicazione, che appariranno cos come opera della comunit pi elevata, "il governo dispotico che si erge al di sopra delle piccole comunit". Tuttavia, l'alienazione del prodotto in eccedenza racchiude i germi del "dominium signorile nel significato originario" e da ci pu svilupparsi il feudalesimo (servit). La natura "chiusa" delle unit comunali comporta che le citt non rientrino in questa economia, sorgendo "solo laddove esiste un punto particolarmente favorevole per il commercio con l'estero; o dove il capo supremo dello Stato e i suoi satrapi scambiano il loro reddito (prodotto eccedente) con il lavoro, lo spendono come riserva di lavoro manuale" (p. 71). Il sistema asiatico non  quindi ancora una societ classista; e se lo , allora ne rappresenta la forma pi primitiva. Marx sembra considerare le societ messicane e peruviane come appartenenti alla stessa specie, come pure alcune societ celtiche, sebbene complicate, e forse elaborate, dalla conquista di certe trib o comunit da parte di altre (pp. 70, 88). Noteremo che non esclude un'ulteriore evoluzione, ma la ammette, per cos dire, solo come un lusso; soltanto finch pu svilupparsi con l'eccedenza data o sottratta alle unit economiche fondamentali autosufficienti della trib o del villaggio.
Il secondo sistema che emerge dalla societ primitiva, "prodotto di una vita storica pi movimentata" (p. 71), genera la citt, e attraverso di essa il modo antico, una societ espansionista, dinamica, in mutamento (pp. 71-7 e passim); "il tutto economico  costituito dalla citt con la sua marca rurale" (p. 79). Nella sua forma sviluppata - ma Marx  attento a insistere sul lungo processo che la precede, cos come sulla sua complessit - il sistema  caratterizzato dalla schiavit. Ma ci a sua volta ha dei limiti economici e dev'essere rimpiazzato da una forma di sfruttamento pi flessibile e produttiva, quella dei contadini dipendenti dai signori, il feudalesimo, che a sua volta lascia il posto al capitalismo.
Una terza tipologia non ha come propria unit fondamentale n la comunit di villaggio, n la citt, bens "ogni singola casa che costituisce un centro autonomo della produzione (manifattura puramente come lavoro domestico accessorio delle donne, ecc.)" (p. 79). Questi nuclei separati sono pi o meno collegati alla lontana l'uno all'altro (posto che appartengano alla stessa trib) e si uniscono occasionalmente "in caso di guerra, di cerimonie religiose, per amministrare la giustizia, ecc." (p. 80), o per l'utilizzo - da parte dei nuclei individualmente autosufficienti - dei pascoli comuni, delle zone di caccia e via dicendo. L'unit fondamentale  dunque pi debole e potenzialmente pi "individualista" della comunit di villaggio. Questo sistema  definito da Marx di tipo "germanico", sebbene, ripeto, chiaramente egli non lo limiti a nessun popolo in particolare.30 Dal momento che i tipi "antico" e "germanico" sono distinti da quello "orientale", possiamo desumere che Marx considerasse il tipo "germanico" a suo modo anche potenzialmente pi dinamico dell'"orientale", e questo  tutt'altro che improbabile.31 Le osservazioni di Marx su questo tipo sono approssimative in maniera stimolante, ma sappiamo che lui ed Engels lasciarono la strada aperta per una transizione diretta dalla societ primitiva al feudalesimo, come tra le trib germaniche.
La divisione tra citt e campagna (o tra produzione agricola e non agricola), fondamentale nell'analisi di Marx negli anni 1845-46, resta dunque fondamentale anche nelle Formen, ma ha una base pi ampia ed  pi elegantemente formulata:
La storia dell'antichit classica  storia di citt, ma di citt fondate sulla propriet terriera e sull'agricoltura: la storia asiatica  una specie di unit indifferenziata di citt e campagna (le vere grandi citt, sono da considerarsi qui solo come accampamenti principeschi, quali superfetazioni sulla struttura economica vera e propria); il Medioevo (periodo germanico) parte dalla campagna quale sede della storia, il cui ulteriore sviluppo avviene poi nel contrasto tra citt e campagna; la storia moderna  urbanizzazione della campagna, e non come presso gli antichi, ruralizzazione della citt (pp. 77-78).
Tuttavia, sebbene queste diverse forme della divisione sociale del lavoro siano chiaramente forme alternative della disgregazione della societ comunitaria, esse sono evidentemente presentate - nella Prefazione alla Critica dell'economia politica, seppure non specificamente nelle Formen - come stadi storici successivi. Ci, in senso letterale,  chiaramente falso, non soltanto perch il modo di produzione asiatico coesiste con tutti gli altri, ma perch non vi  segno nell'esposizione delle Formen, o altrove, del fatto che il modo antico si sia evoluto da esso. Dovremmo pertanto intendere che Marx non si sia riferito alla successione cronologica, o anche all'evoluzione di un sistema dal precedente (sebbene questo sia perfettamente vero per capitalismo e feudalesimo), bens all'evoluzione in senso pi generale. Come abbiamo visto prima, "l'uomo diventa un individuo [vereinzelt sich selbst] solo attraverso il processo storico". All'inizio, egli appare come "essere sociale, tribale, animale gregario". Le diverse forme di questa individualizzazione graduale dell'uomo, che comporta il disfacimento dell'unit originale, corrispondono agli stadi differenti della storia. Ciascuno di questi rappresenta, per cos dire, un passo indietro dall'"unit originaria tra una forma particolare di comunit (organizzazione tribale) e di propriet, con essa collegata, della natura, o rapporto con le condizioni obiettive della produzione in quanto esistenza naturale [Naturdaseins]" (p. 94). Essi costituiscono, in altre parole, delle tappe nell'evoluzione della propriet privata.
In quest'evoluzione Marx distingue quattro stadi analitici, seppure non cronologici. Il primo  la propriet comunitaria diretta, come nel sistema orientale e in forma modificata nello slavo, nessuno dei quali, sembrerebbe, pu ancora essere considerato come societ di classe pienamente formata. Il secondo  la propriet comunitaria che continua come sostrato di ci che  gi un sistema "antagonistico", cio di classe, come nelle forme antica e germanica. Il terzo stadio ha origine, se dobbiamo seguire l'argomentazione di Marx, non tanto dal feudalesimo, quanto dalla diffusione della manifattura artigiana, in cui l'artigiano indipendente (organizzato in corporazioni) gi rappresenta una forma assai pi individuale di controllo sui mezzi di produzione, e anzi sul consumo, che gli permette di vivere mentre produce. Sembrerebbe che qui Marx abbia in mente una certa autonomia del settore artigianale della produzione, poich esclude deliberatamente i produttori manifatturieri dell'oriente antico, senza per spiegarne le ragioni. Il quarto stadio  quello in cui sorge il proletario, vale a dire quello in cui lo sfruttamento non  pi condotto nella cruda forma dell'appropriazione di uomini, come schiavi e servi, ma nell'appropriazione di "lavoro". "Per il capitale, condizione della produzione non  il lavoratore ma solo il lavoro: se pu farlo compiere da macchine, o addirittura dall'acqua, aria, tant mieux. E il capitale non si appropria dell'operaio ma del suo lavoro, non direttamente, ma mediamente attraverso lo scambio." (p. 99).
Sembrerebbe - bench, vista la difficolt del pensiero di Marx e la qualit ellittica dei suoi appunti, non possiamo esserne certi - che quest'analisi si adatti a un sistema degli stadi storici nel modo seguente. Le forme orientali (e slave) sono storicamente le pi vicine alle origini dell'uomo, dal momento che mantengono in funzione la comunit primitiva (il villaggio) nel mezzo di una sovrastruttura sociale pi elaborata, e hanno un sistema di classe insufficientemente sviluppato. (Naturalmente possiamo aggiungere che, al tempo in cui scriveva, Marx aveva osservato che entrambi questi sistemi si stavano disintegrando a causa dell'impatto del mercato mondiale e che il loro carattere peculiare stava dunque scomparendo.) I sistemi antico e germanico, sebbene anch'essi primari, non derivati cio da quello orientale, rappresentano una forma di evoluzione dalla comunit primitiva in qualche modo pi articolata; ma il "sistema germanico" in quanto tale non costituisce una formazione socioeconomica particolare bench concorra a quella del feudalesimo insieme alla citt medievale (il locus della comparsa della produzione artigianale autonoma). Questa combinazione, che emerge durante il Medioevo, costituisce dunque la terza fase. La societ borghese, nata dal feudalesimo, forma la quarta. L'affermazione che le formazioni asiatica antica, feudale e borghese sono "progressive" non implica pertanto alcuna semplice, unilineare visione della storia, n la semplice idea che tutta la storia  progresso. Dichiara solamente che ciascuno di questi sistemi , per diversi aspetti cruciali, sempre pi lontano dallo stato primitivo dell'uomo.
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Il punto successivo da prendere in esame  la dinamica interna di questi sistemi: cos' che li fa sorgere e decadere? Questo  relativamente semplice per il sistema orientale, le cui caratteristiche gli permettono di resistere alla disintegrazione e all'evoluzione economica, fin quando non viene distrutto dalla forza esterna del capitalismo. Marx ci dice troppo poco in merito al sistema slavo in questo stadio per consentirci molti commenti. D'altro canto, le sue idee circa la contraddizione interna del sistema antico e di quello feudale sono complesse e pongono alcuni problemi difficili.
La schiavit  la caratteristica principale del sistema antico, ma l'idea di Marx sulla sua basilare contraddizione interna  pi complessa che non la semplice idea che la schiavit ponga dei limiti a un'ulteriore evoluzione economica e dunque causi la propria scomparsa. Va notato en passant che la base della sua analisi sembra derivare dalla met romana occidentale del Mediterraneo, piuttosto che da quella greca. Roma nasce come una comunit di contadini, bench la sua organizzazione sia urbana. La storia antica  "storia di citt, ma di citt fondate sulla propriet terriera e l'agricoltura" (p. 77). Non  una comunit interamente egualitaria, perch gli sviluppi tribali combinati con matrimoni endogami e conquiste gi tendono a produrre gruppi parentali posti a livelli differenti della scala sociale, ma il cittadino romano  essenzialmente un proprietario terriero, e "l'ulteriore esistenza della propriet pubblica  la riproduzione di tutti i suoi membri come contadini indipendenti il cui tempo eccedente appartiene appunto alla collettivit, attraverso il lavoro della guerra, ecc." (p. 74). Perch la guerra  l'attivit principale della comunit, perch l'unica minaccia alla sua esistenza viene da altre comunit che vogliono la sua terra, e l'unico modo di assicurare la terra a ciascun cittadino man mano che la popolazione si espande  di occupare quella terra con la forza (p. 71). Ma proprio le tendenze belliciste ed espansionistiche di simili comunit contadine non possono che condurre alla distruzione delle qualit contadine che ne costituiscono la base. Fino a un certo punto la schiavit, la concentrazione di propriet terriera, lo scambio, un'economia monetaria, la conquista, ecc., sono compatibili con i fondamenti di questa comunit; oltre questo punto, devono portare al suo crollo e rendere impossibile l'evoluzione della societ o dell'individuo (pp. 83-84). Perci, anche prima dello sviluppo di un'economia schiavile, l'antica forma di organizzazione sociale  limitata in maniera cruciale, come indicato dal fatto che con essa lo sviluppo della produttivit non  e non pu essere una preoccupazione fondamentale. "Presso gli antichi non troviamo mai un'indagine su quale forma di propriet fondiaria crei la ricchezza pi produttiva, maggiore [...] L'indagine  sempre volta a stabilire quale forma di propriet crei i migliori cittadini. La ricchezza come fine a se stessa si ritrova solo tra i pochi popoli commerciali, monopolisti del carry trade, che vivono nei pori del mondo antico come gli ebrei vivono nei pori della societ medievale" (p. 84).
Due importanti fattori tendono pertanto a minarla. Il primo  la differenziazione sociale in seno alla comunit, contro cui la particolare combinazione antica di propriet terriera comune e privata non offre salvaguardia.  possibile che il singolo cittadino perda la sua propriet, cio le basi della sua cittadinanza. Pi  rapido lo sviluppo economico, pi ci  possibile: da qui l'antica diffidenza verso il commercio e la manifattura, che era meglio lasciare a uomini liberi, clienti o stranieri, e la convinzione dei cittadini che vi fossero dei pericoli insiti nelle relazioni con gli stranieri, nel desiderio di scambiare i prodotti in eccedenza, ecc. Il secondo fattore, naturalmente,  la schiavit: poich la necessit stessa di limitare la cittadinanza (o ci che in fondo corrisponde alla stessa cosa, cio la propriet fondiaria) ai membri della comunit conquistatrice, porta naturalmente alla schiavizzazione o al servaggio dei conquistati. "La schiavit e la servit della gleba sono pertanto solamente sviluppi ulteriori della propriet che poggia sull'organizzazione tribale" (p. 91). Ne consegue che "il mantenimento della vecchia comunit implica la distruzione delle condizioni sulle quali essa poggia, si muta nel suo opposto" (p. 93). La "comunit" (commonwealth), rappresentata una volta da tutti i cittadini,  ora rappresentata dai patrizi aristocratici - che restano gli unici proprietari terrieri rispetto agli uomini di rango inferiore e agli schiavi - e dai cittadini, rispetto ai non cittadini e agli schiavi. Le contraddizioni economiche vere e proprie dell'economia schiavile non sono discusse affatto da Marx in questo contesto. Al livello assai generale della sua analisi nelle Formen, esse sono semplicemente un aspetto particolare della contraddizione fondamentale della societ antica. N esamina i motivi per cui nell'antichit fu la schiavit anzich il servaggio a svilupparsi. Si potrebbe ipotizzare che ci sia da attribuirsi al livello delle forze produttive e alla complessit dei rapporti sociali di produzione gi raggiunti nell'antico Mediterraneo.
Il crollo del modo antico  quindi implicito nel suo carattere socioeconomico. Non sembrano esserci ragioni logiche del perch debba condurre inevitabilmente al feudalesimo, in quanto distinto da altri "nuovi metodi, combinazioni di lavoro" (p. 93) che favorirebbero una maggiore produttivit. D'altro canto, una transizione diretta dal modo antico al capitalismo  esclusa.
Quando arriviamo al feudalesimo, dal quale il capitalismo effettivamente si svilupp, il problema lascia assai pi perplessi, se non altro perch Marx ce ne parla cos poco. Nelle Formen non si trova alcun abbozzo delle contraddizioni interne del feudalesimo comparabile a quello fatto per il modo antico. N vi  mai alcuna reale discussione sulla servit della gleba (e tanto meno sulla schiavit). Addirittura, questi due rapporti di produzione spesso appaiono insieme, a volte citati come "rapporto di dominazione e di subordinazione", in contrasto con la posizione del lavoratore libero. L'elemento in seno alla societ feudale da cui deriva il capitalismo sembra essere, nel 1857-58 come nel 1845-46, la citt, pi specificamente i mercanti e artigiani della citt (vedi pp. 97-98, 100).  l'emancipazione della propriet dei mezzi di produzione dalla sua base comunitaria, come accade presso l'artigianato medievale che fornisce la base della separazione del "lavoro" dalle "condizioni obiettive della produzione".  lo stesso sviluppo - la formazione del "proprietario lavoratore" a fianco e al di fuori della propriet terriera - l'artigianato e l'evoluzione urbana del lavoro, che "non  [...] un aspetto della propriet fondiaria e compresa in questa" (p. 100), che fornisce la base dell'evoluzione del capitalista.
Il ruolo del feudalesimo agricolo in questo processo non viene discusso, ma sembrerebbe abbastanza negativo. Esso deve, al momento giusto, rendere possibile la separazione del contadino dalla terra, il servitore dal suo signore, in modo da trasformarlo in lavoratore salariato. Che ci prenda la forma della dissoluzione del villanatico (Hrigkeit), o della propriet o possesso privati da parte di signorotti o fittavoli, o di vari tipi di clientela,  irrilevante. La cosa importante  che niente di tutto questo ostacoli la trasformazione di uomini in manodopera almeno potenzialmente libera.
Tuttavia, sebbene ci non sia trattato nelle Formen (bens nel libro terzo del Capitale), il servaggio e altri analoghi rapporti di dipendenza differiscono dalla schiavit in maniere significative da un punto di vista economico. Il servo, sebbene sia sottoposto al controllo del signore , di fatto, un produttore economicamente indipendente; lo schiavo non lo .32 Togliete i signori ai servi della gleba e quel che resta  una piccola produzione di merci; separate le piantagioni e gli schiavi e (fin quando gli schiavi non faranno qualcos'altro) non resta alcun tipo di economia. "Sono quindi necessari rapporti di dipendenza personale, di illibert personale, non importa in quale grado, e il fatto d'essere legato al suolo come suo accessorio, servit in senso proprio."33 Perch nella condizione di servit il servo produce non soltanto il surplus di lavoro di cui il suo signore, in una forma o nell'altra, si appropria, ma pu anche accumulare del profitto per s. Dato che, per ragioni varie, nei sistemi economicamente primitivi e non sviluppati come il feudalesimo, il surplus tende a rimanere immutato come grandezza convenzionale, e poich "l'impiego di questa forza lavoro [servile] non si limita affatto all'agricoltura, ma abbraccia l'industria rurale domestica. La possibilit di un certo sviluppo economico [...]  qui data".34
Marx non discute questi aspetti della servit della gleba pi di quanto abbia fatto con le contraddizioni interne della schiavit, perch nelle Formen non si cura di delineare una "storia economica" di entrambe. Anzi, come altrove, sebbene qui in una forma abbastanza pi generale, non  interessato alle dinamiche interne dei sistemi precapitalisti se non nella misura in cui questi spiegano le precondizioni del capitalismo.35 Qui gli premono semplicemente due questioni negative: perch "capitale" e "lavoro" non poterono sorgere da formazioni socioeconomiche precapitaliste diverse dal feudalesimo? E come mai il feudalesimo nella sua forma agraria permise loro di svilupparsi e non impose ostacoli fondamentali al loro sviluppo?
Questo spiega le ovvie lacune nella sua trattazione. Come negli anni 1845-46, non vi  una discussione dello specifico modus operandi dell'agricoltura feudale, n un'analisi del rapporto specifico tra la citt e la campagna feudali o del perch l'una dovrebbe produrre l'altra. D'altro canto, vi  implicita l'affermazione che il feudalesimo europeo  unico, poich nessun'altra forma di questo sistema produsse la citt medievale, che  cruciale per la teoria marxiana dell'evoluzione del capitalismo. Nella misura in cui il feudalesimo  un modo generale di produzione che esiste al di fuori dell'Europa (o forse in Giappone, che Marx non esamina in dettaglio da nessuna parte), in Marx non vi  nulla che ci autorizzi a cercare certe "leggi generali" di sviluppo che potevano spiegare la sua tendenza a evolversi nel capitalismo.
Quello che  discusso nelle Formen  il "sistema germanico", cio un sottogenere di comunitarismo primitivo che tende pertanto a evolversi in un particolare tipo di struttura sociale. Il suo punto cruciale, come abbiamo visto, in contrasto con la citt contadina degli antichi, sembra consistere in un insediamento sparso in unit famigliari economicamente autosufficienti: "Au fond l'intera economia  contenuta in ogni singola casa, che di per s costituisce un centro autonomo della produzione (manifattura puramente come lavoro domestico accessorio delle donne, ecc.). Nel mondo antico il tutto economico  costituito dalla citt con la sua marca rurale [Landmark]; nel mondo germanico  rappresentato dalla fattoria [homestead]" (p. 79). La sua esistenza  salvaguardata dal legame con altri luoghi di abitazione simili appartenenti alla stessa trib, un legame espresso nell'assemblea occasionale di tutti i contadini a scopo bellico, religioso, di composizione di dispute, e sicurezza reciproca in generale (p. 80). Nella misura in cui vi  propriet comune, come nel caso di pascoli, territori di caccia, ecc., questa  utilizzata da ciascun membro in quanto individuo e non, come nella societ antica, in quanto rappresentante della collettivit. Si potrebbe paragonare l'ideale di organizzazione sociale romana a un college di Oxford o Cambridge, i cui fellows sono comproprietari del terreno e degli edifici solo nella misura in cui fanno parte del corpo insegnante, ma di cui non si pu dire, in quanto individui, che li "posseggano" tutti o in parte. Il sistema germanico pu dunque essere paragonato a una cooperativa di abitazioni in cui l'occupazione individuale dell'appartamento di un uomo dipende dalla sua unione e cooperazione continua con altri membri, ma in cui tuttavia il possesso individuale esiste in forma identificabile. Questa forma di comunit pi vaga, che implica una maggiore potenzialit di individualizzazione economica, rende il "sistema germanico" (attraverso il feudalesimo) l'antenato diretto della societ borghese.
Come questo sistema si evolva nel feudalesimo non viene discusso, sebbene si presentino varie possibilit di differenziazione sociale interna ed esterna (ad esempio per effetto di guerre e conquiste). Si potrebbe azzardare l'ipotesi che Marx attribuisse un'importanza considerevole all'organizzazione militare, dal momento che la guerra , nel sistema germanico e in quello antico, "uno dei lavori pi antichi di ciascuna di queste comunit naturali [naturwchsig] sia per la difesa della propriet che per la sua acquisizione" (p. 89). Questa  certamente la spiegazione che troviamo in seguito nell'Origine della famiglia di Engels, dove la monarchia nasce dalla trasformazione della leadership militare pagana tra le trib teutoniche. Non c' motivo di supporre che Marx la pensasse in maniera diversa.
Quali erano le contraddizioni interne del feudalesimo? Come si evolse nel capitalismo? Questi problemi hanno interessato in misura crescente gli storici marxisti, come dimostrano la vivace discussione internazionale originata dagli Studies in the Development of Capitalism36 di Maurice Dobb nei primi anni Cinquanta del secolo scorso e il dibattito di poco successivo sulle "leggi economiche fondamentali del capitalismo" nell'Urss. Qualunque sia il merito delle due discussioni, e quelli della prima appaiono maggiori di quelli della seconda, entrambe sono evidentemente menomate dall'assenza di qualunque idea propria di Marx sulla questione. Non  improbabile che Marx avrebbe potuto concordare con Dobb sul fatto che la causa del declino feudale fosse stata "l'inefficienza del feudalesimo come sistema di produzione, abbinata al crescente bisogno della classe dirigente di reddito",37 sebbene Marx sembri, se mai, sottolineare la relativa rigidit delle richieste della classe dominante feudale, e la sua tendenza a risolverle convenzionalmente.38  altrettanto possibile che avrebbe approvato la posizione di R.H. Hilton, secondo cui "la lotta per la rendita era la "fonte d'energia primaria" nella societ feudale",39 anche se avrebbe quasi certamente respinto come semplicistica l'idea di Pornev che attribuiva questo elemento propulsivo alla semplice lotta delle masse sfruttate. Ma il fatto  che da nessuna parte Marx sembra anticipare alcuna di queste linee di ragionamento; certamente non nelle Formen.
Se c' uno dei partecipanti a questo dibattito che si pu dire segua le sue tracce evidenti, questi  P.M. Sweezy, che sostiene (sulla base di Marx) che il feudalesimo  un sistema di produzione per l'uso,40 e che in simili formazioni economiche "dal carattere stesso della produzione non nasce un bisogno sfrenato di pluslavoro".41 Ne consegue che l'agente principale della disintegrazione fu la crescita del commercio, che oper soprattutto attraverso gli effetti del conflitto e dell'interazione fra una campagna feudale e le citt che si svilupparono ai suoi margini.42 Questa argomentazione  assai simile a quella illustrata nelle Formen.
Secondo Marx, per rendere conto dello sviluppo del capitalismo dal feudalesimo  necessaria la congiunzione di tre fenomeni. Primo, come abbiamo visto, una struttura sociale rurale che permetta a un certo punto ai contadini di essere "liberati"; secondo, lo sviluppo dell'artigianato urbano che crei una produzione di merci specializzata, indipendente, non agricola; e, terzo, un'accumulazione di ricchezza monetaria derivata dal commercio e dall'usura (Marx  categorico su quest'ultimo punto, pp. 107-8). La formazione di simili accumulazioni monetarie "appartiene alla preistoria dell'economia borghese" (p. 113); esse non sono ancora capitale. La loro semplice esistenza, o anche il loro predominio apparente, non producono automaticamente lo sviluppo capitalistico, "altrimenti la vecchia Roma, Bisanzio, ecc. avrebbero terminato la loro storia con il lavoro libero e il capitale" (p. 109). Tuttavia, tali accumulazioni sono essenziali.
Altrettanto essenziale  l'elemento dell'artigianato urbano. Le osservazioni di Marx in proposito sono ellittiche e allusive, ma l'importanza di questo elemento nella sua analisi  chiara.  soprattutto la componente dell'abilit professionale, dell'orgoglio e dell'organizzazione che egli mette in rilievo.43 L'importanza principale della nascita dei mestieri in epoca medievale sembra risiedere nel fatto che, sviluppando "il lavoro stesso in quanto determinata capacit artigiana [esso diviene] propriet e non solo fonte di questa" (p. 104), e dunque introduce una potenziale separazione tra il lavoro e le altre condizioni della produzione che esprime un livello di individualizzazione pi alto di quanto permetta la comunit, e rende possibile la formazione della categoria del lavoro libero. Allo stesso tempo, l'artigianato sviluppa abilit speciali e gli strumenti necessari. Ma nello stadio dell'artigianato corporativo "lo strumento stesso  ancora talmente fuso con il lavoro vivo stesso che esso in realt non circola" (p. 108). Eppure, sebbene non possa di per s generare il mercato del lavoro, lo sviluppo della produzione di scambio e il denaro possono creare il mercato del lavoro "solo presupponendo l'attivit artigianale urbana, che non poggia su capitale e lavoro salariato ma sull'organizzazione del lavoro in corporazioni, ecc." (p. 112).
Ma tutto ci richiede anche una struttura rurale potenzialmente dissolvibile. Perch il capitalismo non pu svilupparsi senza "l'immissione della campagna, in tutta la sua vastit, nella produzione non di valori d'uso ma di valori di scambio" (p. 116). Questa  un'altra ragione per cui gli antichi, che pur disprezzando gli artigiani avevano dato vita a una determinata versione di "attivit artigiana urbana", "non poterono giungere mai alla grande industria" (ibid.). Che cosa di preciso renda cos dissolvibile la struttura rurale del feudalesimo, a parte le caratteristiche del "sistema germanico" che ne costituiscono il sostrato, non ci viene detto. E anzi, nel contesto delle argomentazioni di Marx su questo punto, non  necessario indagare ulteriormente. Una serie di effetti nella crescita di un'economia di scambio sono menzionati en passant (per esempio alle pp. 112-113). Si nota inoltre che "in parte questo processo di separazione [del lavoro dalle condizioni oggettive di produzione, mezzi di sussistenza, materie prime, strumenti] avvenne senza [il patrimonio monetario]" (p. 113). La cosa pi vicina a un resoconto generale (pp. 114 e segg.) implica che il capitale appaia prima sporadicamente o localmente (corsivo di Marx), accanto (corsivo di Marx) ai vecchi modi di produzione, ma successivamente li infranga ovunque.
La manifattura per il mercato estero sorge prima sulla base del commercio a grandi distanze e nei centri di detto commercio, non nelle corporazioni artigiane, ma nelle attivit rurali supplementari meno qualificate e controllate dalle corporazioni, come la filatura e la tessitura, sebbene anche naturalmente in quei rami urbani direttamente collegati alla navigazione e alla cantieristica navale. D'altro canto, nelle campagne fa la sua comparsa il fittavolo, e si verifica la trasformazione della popolazione rurale in liberi lavoratori a giornata. Tutte queste manifatture richiedono la preesistenza di un mercato di massa. La dissoluzione della servit della gleba e l'ascesa delle manifatture trasforma gradualmente tutti i settori della produzione in settori capitalistici, mentre nelle citt una classe di lavoratori a giornata, esclusi dalle corporazioni, fornisce una componente nella creazione di un proletariato vero e proprio (pp. 114-17).44
La distruzione dei mestieri rurali supplementari crea un mercato interno per il capitale, basato sulla sostituzione del precedente approvvigionamento rurale di beni di consumo con la produzione manifatturiera o industriale. Questo "processo [...] avviene spontaneamente [von selbst] con il distacco dei lavoratori dalla terra e dalla propriet [anche se nella forma servile] delle condizioni di produzione" (p. 118). La trasformazione dell'artigianato urbano in industria avviene pi tardi, poich richiede un considerevole progresso dei metodi produttivi per rendere possibile la produzione in fabbrica. A questo punto, il manoscritto di Marx che si occupa specificamente delle formazioni precapitaliste termina. Le fasi dello sviluppo capitalistico non vengono trattate.
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Dobbiamo ora considerare in che misura le riflessioni e gli studi successivi di Marx ed Engels li portarono a modificare, ampliare e completare la visione generale espressa nelle Formen.
Questo era soprattutto vero nel campo dello studio del comunitarismo primitivo.  certo che l'interesse storico di Marx dopo la pubblicazione del Capitale (1867) si concentr perlopi su questo stadio dello sviluppo sociale, per il quale Maurer, Morgan e la vasta letteratura russa che aveva divorato dal 1873 in poi fornivano una base di studio assai pi ampia di quella che era stata disponibile negli anni 1857-58. A parte l'orientamento agrario del suo lavoro nel libro III del Capitale,  possibile indicare due ragioni per questo interesse prevalente. Primo, lo sviluppo di un movimento rivoluzionario russo port Marx ed Engels sempre pi a riporre le loro speranze in una rivoluzione europea in Russia. (Nessun fraintendimento di Marx  pi grottesco di quello che sostiene che egli si aspettasse una rivoluzione esclusivamente dai Paesi industrialmente avanzati d'Occidente.)45 Dal momento che la posizione della comunit rurale era motivo di fondamentale disaccordo teorico fra i rivoluzionari russi, che avevano consultato Marx in merito, era naturale per lui approfondire l'argomento.
 interessante osservare come, in qualche modo inaspettatamente, le sue idee propendessero verso quelle dei populisti (narodniki), i quali pensavano che la comunit rurale russa potesse fornire le basi per una transizione al socialismo senza la previa disintegrazione attraverso lo sviluppo capitalistico. Tale concezione non scaturisce dalla naturale evoluzione del pensiero storico precedente di Marx; venne respinta dai marxisti russi (che erano tra gli oppositori dei populisti su questo punto) o dai marxisti successivi, e in ogni caso si dimostr infondata. Forse le difficolt incontrate da Marx nell'accennarne una giustificazione teorica46 riflette un certo sentimento di imbarazzo. Questo  in stridente contrasto con il lucido e brillante ritorno di Engels alla principale tradizione marxista, e al sostegno dei marxisti russi, quando riprese anni dopo in esame lo stesso argomento.47 Ciononostante, potrebbe condurci alla seconda ragione dell'interesse di Marx per il comunitarismo primitivo: il suo crescente odio e disprezzo per la societ capitalistica. (L'idea che il Marx pi anziano avesse perso parte dell'ardore rivoluzionario giovanile  sempre popolare tra i critici che desiderano abbandonare la pratica rivoluzionaria del marxismo pur mantenendo una propensione per la teoria.) Appare probabile che Marx, il quale in precedenza aveva guardato con favore all'impatto del capitalismo occidentale (in quanto forza inumana ma storicamente progressiva) sulle stagnanti economie precapitalistiche, si ritrov sempre di pi inorridito da questa disumanit. Sappiamo che aveva sempre ammirato i valori sociali positivi incarnati dalla comunit primitiva, per quanto fossero arretrati, almeno nella forma. Ed  certo che dopo gli anni 1857-58 sia nel libro III del Capitale48 sia nelle successive discussioni russe,49 sottoline sempre pi la vitalit della comune primitiva, la sua capacit di resistere alla disintegrazione storica e anche, sebbene forse soltanto nel contesto della discussione con i narodniki, quella di svilupparsi in una forma pi elevata di economia senza previa distruzione.50 Non faremo qui un resoconto dettagliato dello schema marxiano dell'evoluzione primitiva in generale, disponibile nell'Origine della famiglia51 di Engels, e della comunit agraria in particolare. Tuttavia,  opportuno fare due importanti osservazioni di carattere generale su questo corpus di opere. Primo, la societ preclassista costituisce di per s un'epoca storica vasta e complessa, con una propria storia e proprie leggi di sviluppo, e con le sue variet di organizzazioni socioeconomiche, che Marx tende ora a definire collettivamente "formazione arcaica" o "tipo".52 Questo, sembra chiaro, include le quattro varianti basilari del comunitarismo primitivo, cos come esposto nelle Formen. Include probabilmente anche il "modo asiatico" (che abbiamo visto essere la pi primitiva delle formazioni socioeconomiche sviluppate), e ci potrebbe spiegare come mai questo modo in apparenza scompaia dalla trattazione sistematica dell'argomento svolta da Engels nell'Anti-Dhring e nell'Origine della famiglia.53  possibile che Marx ed Engels avessero anche in mente una qualche sorta di stadio storico intermedio di disintegrazione comunitaria, dal quale potevano emergere tipi differenti di classi dominanti.
Secondo, l'analisi dell'evoluzione sociale "arcaica"  in ogni modo coerente con quelle tratteggiate nell'Ideologia tedesca e nelle Formen. Si limita a elaborarle, come nel caso dei brevi riferimenti all'importanza cruciale della riproduzione umana (sessuale) e della famiglia contenuti nell'Ideologia,54 che vengono ampliati, alla luce di Morgan, nell'Origine della famiglia, o nel caso dell'analisi sommaria della propriet comunitaria primitiva, che viene completata e modificata (alla luce di studiosi come Kovalevskij, il quale, tra l'altro, era influenzato da Marx) con l'enunciazione degli stadi di disintegrazione della comunit agraria che si trova nelle bozze della lettera a Vera Zasuli?.
Un secondo campo nel quale i fondatori del marxismo continuarono i loro studi particolari, fu quello del periodo feudale. Questo era l'argomento preferito da Engels piuttosto che da Marx.55 Gran parte del lavoro del primo, incentrato sulle origini del feudalesimo, si sovrappone agli studi del secondo sulle forme comunitarie primitive. Ciononostante, l'interesse di Engels sembra essere leggermente diverso da quello di Marx. L'attenzione di Engels era probabilmente rivolta pi all'ascesa e al declino del feudalesimo che alla sopravvivenza o disintegrazione della comunit primitiva. Il suo interesse per le dinamiche dell'agricoltura servile era pi pronunciato di quello di Marx. Nella misura in cui possediamo delle analisi di questi problemi risalenti agli ultimi anni di vita di Marx, esse si trovano nella formulazione di Engels. Inoltre, l'elemento politico e militare ha un ruolo di rilievo nel lavoro di Engels. Da ultimo, egli si concentr quasi completamente sulla Germania medievale (con un paio di excursus sull'Irlanda, con cui aveva legami personali), ed era senza dubbio pi interessato di Marx al tema delle origini della nazionalit e alla sua funzione nello sviluppo storico. Il fatto che i due studiosi non concordassero sempre tra loro sull'enfasi da porre su un dato argomento  dovuto semplicemente all'analisi di Engels, che opera a un livello meno generale di quello di Marx: ragione per cui risulta sovente pi accessibile e stimolante per coloro che si avvicinano per la prima volta al marxismo; in altri casi, invece, hanno motivazioni differenti. Tuttavia, pur ammettendo il fatto che i due non fossero gemelli siamesi e che (come riconosciuto da Engels) Marx era di gran lunga superiore come pensatore, dovremmo guardarci dalla tendenza moderna a mettere a confronto Marx con Engels, generalmente a scapito di quest'ultimo. Quando due uomini collaborano a cos stretto contatto come fecero Marx ed Engels per pi di quarant'anni, senza alcun disaccordo teorico sostanziale,  da presumersi che uno sappia quello che pensa l'altro, e viceversa. Indubbiamente, se Marx avesse scritto l'Anti-Dhring (pubblicato durante la sua vita), questo sarebbe stato un libro diverso, e forse avrebbe contenuto alcune idee nuove e profonde. Ma non vi  affatto ragione di credere che egli fosse in disaccordo con il suo contenuto. Lo stesso vale per le opere che Engels scrisse dopo la morte di Marx.
L'analisi di Engels dello sviluppo feudale (che  visto esclusivamente in termini europei) tenta di colmare svariate lacune lasciate nell'analisi estremamente globale del 1857-58. In primo luogo, viene stabilito un legame logico tra il declino del "modo antico" e il sorgere di quello "feudale", malgrado il fatto che l'uno fosse stato fondato da invasori barbari stranieri sulle rovine dell'altro. Anticamente, l'unica forma possibile di agricoltura su larga scala era quella del latifondo schiavile, ma oltre un certo punto questo doveva essere diventato antieconomico, e aveva lasciato nuovamente il passo all'agricoltura su piccola scala come "sola forma redditizia [lohnende]".56 Ne consegue che l'agricoltura antica era gi sulla buona strada per diventare medievale. La coltivazione su piccola scala era la forma predominante nell'agricoltura feudale, essendo irrilevante da un punto di vista "operativo" che alcuni contadini fossero liberi, mentre altri avessero vari obblighi nei confronti dei signori. Lo stesso tipo di produzione su piccola scala da parte di piccoli proprietari dei loro mezzi di produzione prevaleva nelle citt.57 Sebbene, in quelle circostanze, questa fosse una forma di produzione pi economica, l'arretratezza generale della vita economica nel primo periodo feudale - il predominio dell'autosufficienza locale, che lasciava opportunit di vendita o diversione di un surplus solo marginale - imponeva i propri limiti. Mentre ci garantiva che qualunque sistema di signoria (che era basato necessariamente sul controllo di vaste propriet o dell'insieme dei loro coltivatori) generasse inevitabilmente "grossi proprietari terrieri che dominano piccoli contadini che ne dipendono", rese anche impossibile lo sfruttamento di questi grandi possedimenti con l'antico metodo della schiavit o con la moderna agricoltura su larga scala fondata sulla servit della gleba, come dimostrato dal fallimento delle "ville" imperiali di Carlo Magno. L'unica eccezione era costituita dai monasteri, che erano "enti sociali fuori della norma", in quanto fondati sul celibato, e la cui eccezionale performance economica di conseguenza doveva rimanere tale.58
Pur sottovalutando chiaramente in qualche modo il ruolo dell'agricoltura laica signorile su vasta scala nell'Alto Medioevo, quest'analisi  estremamente acuta, in particolare nella sua distinzione tra la grande propriet in quanto unit sociale, politica e fiscale da una parte, e come unit di produzione dall'altra, e nella sua enfasi sul predominio dell'agricoltura contadina rispetto all'agricoltura signorile nel feudalesimo. Tuttavia, lascia nel vago l'origine della servit della gleba e della signoria feudale. La spiegazione che ne d Engels sembra essere sociale, politica e militare, piuttosto che economica. I contadini liberi teutonici erano impoveriti dalle continue guerre e (data la debolezza del potere regale) dovevano porsi sotto la protezione dei nobili o del clero.59 Di fondo, ci  dovuto all'incapacit di formare una organizzazione sociale basata sulla parentela in grado di amministrare o controllare le vaste strutture politiche create dalle sue conquiste: queste pertanto avrebbero implicato automaticamente la nascita sia delle classi sia di uno Stato.60 Nella sua semplice formulazione, quest'ipotesi non  molto soddisfacente, ma la derivazione dell'origine delle classi dalle contraddizioni della struttura sociale (e non semplicemente da un determinismo economico primitivo)  importante. Prosegue la linea di pensiero dei manoscritti del 1857-58, quelli, per esempio, sulla schiavit.
Il declino del feudalesimo dipende, ancora una volta, dall'ascesa dell'artigianato e del commercio, e dalla divisione e dal conflitto tra citt e campagna. In termini di sviluppo agrario si espresse in un aumento della domanda di beni di consumo (e di armi o equipaggiamenti) da parte dei signori feudali, che erano disponibili solo mediante l'acquisto.61 Fino a un certo momento, date le stagnanti condizioni tecniche dell'agricoltura, un aumento dell'eccedenza ricavata dai contadini era ottenibile soltanto in modo estensivo, per esempio mettendo a coltivo nuove terre e fondando nuovi villaggi; ma questo implicava "transazioni amichevoli con i coloni". Di conseguenza - anche perch la forma primitiva di signoria non prevedeva incentivi per intensificare lo sfruttamento, ma aveva piuttosto la tendenza col passare del tempo ad alleggerire gli oneri fissi dei contadini - la libert per chi coltivava la terra aument notevolmente, soprattutto dopo il XIII secolo. (Anche qui la comprensibile ignoranza di Engels circa lo sviluppo dell'agricoltura signorile di mercato nell'Alto Medioevo e la "crisi feudale" del XIV secolo, in un certo modo semplifica eccessivamente e distorce il suo quadro.)
Ma dal XV secolo fu la tendenza opposta a prevalere, e i signori riconvertirono in servi gli uomini liberi, incamerando le terre contadine nei loro possedimenti. Questo era dovuto (perlomeno in Germania) non semplicemente alle crescenti richieste dei signori, che da quel momento in poi poterono essere soddisfatte solo aumentando le vendite dei prodotti delle loro propriet, ma dal crescente potere dei principi, che privarono la nobilt di altre precedenti forme di reddito come le rapine di strada e altre simili estorsioni.62 Ne consegue che il feudalesimo termina con una rinascita dell'agricoltura su vasta scala sulla base della servit della gleba e dell'espropriazione dei contadini, corrispondente allo sviluppo del capitalismo, che da esso derivava. "L'era capitalistica nella campagna  preparata da un periodo di coltivazione su larga scala [landwirtschaftlichen Grossbetriebs] basata sul lavoro servile."
Questo quadro del declino del feudalesimo non  interamente soddisfacente, sebbene segni un importante progresso nell'analisi marxista originale del feudalesimo, cio il tentativo di stabilire le dinamiche dell'agricoltura feudale, specialmente i rapporti tra signori e contadini loro soggetti, e di tenerne conto. Questo  certamente dovuto a Engels, poich  lui a porre (nei carteggi relativi alla stesura di La marca) un'enfasi particolare sui movimenti delle prestazioni d'opera, e anzi rileva come Marx in precedenza si fosse sbagliato sull'argomento.63 Engels qui introduce (basandosi largamente su Maurer) quel tipo di analisi della storia agraria medievale che in seguito si  rivelato eccezionalmente fruttuoso. D'altra parte, vale ancora la pena di notare che questo campo di studi sembra essere marginale rispetto agli interessi pi importanti di Marx ed Engels. Gli scritti in cui il secondo affronta il problema sono brevi e frettolosi, se paragonati a quelli in cui si occupa delle origini della societ feudale.64 La questione  tutt'altro che risolta. Non vi  alcuna spiegazione adeguata o diretta del perch l'agricoltura su vasta scala, che era antieconomica nel primo Medioevo, ridiventi economica sulla base del lavoro servile (o su altra base) alla fine di quell'epoca. Cosa ancora pi sorprendente (considerato il forte interesse di Engels per gli sviluppi tecnologici nella fase di transizione dall'antichit al Medioevo, come documentato dall'archeologia),65 i mutamenti tecnologici in campo agricolo non sono veramente discussi, e molte altre questioni vengono lasciate in sospeso. Manca qualsiasi tentativo di applicare l'analisi al di fuori dell'Europa occidentale e centrale, eccetto un commento assai significativo sull'esistenza della comunit agraria primitiva sotto forma di villanatico (Hrigkeit) diretto e indiretto, come in Russia e Irlanda,66 e un accenno, che sembra in qualche modo precorrere la discussione successiva in La marca, al fatto che in Europa orientale la seconda fase di asservimento dei contadini fu causata dal sorgere di un mercato di esportazione dei prodotti agricoli e crebbe in proporzione a esso.67 Tutto sommato non sembra che Engels avesse alcuna intenzione di alterare il quadro generale del passaggio dal feudalesimo al capitalismo che lui e Marx avevano formulato molti anni prima.
Negli ultimi anni di Marx ed Engels non ci furono altre importanti escursioni nella storia di "forme che precedono la capitalistica", sebbene fosse stato svolto del lavoro importante sul periodo successivo al XVI secolo e particolarmente sulla storia contemporanea. Restano pertanto solo da discutere brevemente due aspetti delle loro tarde riflessioni sul problema degli stadi dello sviluppo sociale. Fino a che punto mantennero la lista delle formazioni cos com'era stata formulata nella Prefazione alla Critica dell'economia politica? Quali furono gli altri fattori generali dello sviluppo socioeconomico che considerarono o ripresero in esame?
Come abbiamo visto, nei loro anni avanzati Marx ed Engels tendevano a distinguere, o a dare per scontati, sottogeneri, fasi intermedie e forme transitorie all'interno delle loro classificazioni sociali pi vaste, in particolare nell'ambito della societ preclassista. Tuttavia, non si verificano grossi cambiamenti nella lista generale delle formazioni, a meno di non tener conto del passaggio quasi formale dal "modo asiatico" al "tipo arcaico" di societ. Non vi , almeno da parte di Marx, alcuna inclinazione ad abbandonare il modo asiatico (e neanche una tendenza a riabilitare il "modo slavo"), mentre quasi certamente c' un rifiuto deliberato a riclassificarlo come feudale. Confutando l'idea di Kovalevskij secondo cui tre dei quattro criteri principali del feudalesimo romano-germanico si potevano riscontrare anche in India, che avrebbe pertanto dovuto essere considerata feudale, Marx sottolinea che "Kovalevskij, tra le altre cose, dimentica la servit della gleba, che non  di importanza sostanziale in India. (Inoltre, per quanto riguarda il ruolo individuale dei signori feudali come protettori non solo dei contadini servi, ma anche di quelli liberi [...] esso non ha alcuna importanza in India, tranne che nei wakuf [possedimenti destinati a scopi religiosi].) N in India troviamo quella "poesia della terra", cos caratteristica del feudalesimo romano-germanico (confronta Maurer). In India, la terra non  mai nobile al punto, per esempio, da non poter essere venduta ai non membri della classe nobile [plebei]".68 Engels, pi interessato alle possibili combinazioni tra la signoria e il sostrato della comunit primitiva, pare meno categorico, sebbene escluda specificamente l'Oriente dal feudalesimo69 e, come abbiamo visto, non faccia alcun tentativo di estendere la sua analisi del feudalesimo agrario al di l dell'Europa. Non vi  nulla che faccia pensare che Marx ed Engels considerassero la combinazione particolare di feudalesimo agrario e di citt medievale come qualcosa che non fosse specifico dell'Europa.
D'altra parte, numerosi passaggi dei loro ultimi anni contengono un'elaborazione molto interessante del concetto di rapporti sociali di produzione. Anche qui sembra che sia stato Engels a prendere l'iniziativa; scrive dunque della servit della gleba (a Marx, il 22 dicembre 1882, forse in seguito a un suggerimento dell'amico): "Certamente la servit della gleba e la servit non sono una forma specificamente medievale e feudale, l'abbiamo dappertutto o quasi dappertutto, l dove i conquistatori fanno coltivare la terra per s dagli antichi abitanti". E ancora, sul lavoro salariato: "I primi capitalisti [...] trovarono gi esistente la forma del lavoro salariato; ma lavoro salariato come eccezione, occupazione ausiliaria, accessoria, fase transitoria".70 Questa distinzione tra modi di produzione caratterizzati da determinati rapporti e le "forme" di tali rapporti che possono esistere in svariati periodi o scenari socioeconomici,  gi implicita nel primo periodo marxiano. Talvolta, come nell'analisi del denaro e delle attivit mercantili, questa  esplicita.  di importanza considerevole, dato che non solo ci aiuta a respingere certe tesi primitive come quelle che negano la novit del capitalismo (perch i mercanti esistevano anche nell'antico Egitto o perch i feudi medievali pagavano il lavoro della mietitura in denaro), ma attira l'attenzione sul fatto che i rapporti sociali basilari, che sono necessariamente limitati di numero, vengono "inventati" e "reinventati" dagli uomini in molteplici occasioni, e che tutti i modi di produzione monetari (eccetto forse il capitalismo) sono complessi formati dalle combinazioni pi disparate di questi rapporti.
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Da ultimo, vale la pena di indagare brevemente la discussione tra i marxisti, dopo la morte di Marx ed Engels, sulle formazioni socioeconomiche principali. Questa  stata, per molti aspetti, insoddisfacente, sebbene presenti il vantaggio di non considerare mai i testi di Marx ed Engels come depositari di verit ultime. Questi, di fatto, sono stati rivisti in profondit. Tuttavia, questo processo di revisione  stato stranamente asistematico e non pianificato, il livello teorico di gran parte della discussione deludente, e sull'argomento, nel complesso,  stata fatta pi confusione che chiarezza.
Vi si possono notare un paio di tendenze. La prima, che implica una semplificazione considerevole del pensiero di Marx ed Engels, riduce le principali formazioni socioeconomiche a una singola scala che tutte le societ umane salgono, un piolo dopo l'altro, ma a differenti velocit, in modo da arrivare tutte finalmente in cima.71 Questo presenta dei vantaggi da un punto di vista politico e diplomatico, dal momento che elimina la distinzione tra societ che nel passato hanno mostrato una maggiore o una minore predisposizione al rapido sviluppo storico, e che rende difficile per particolari Paesi affermare di essere un'eccezione rispetto a leggi storiche generali;72 ma non presenta ovvi vantaggi scientifici, ed  anche in disaccordo con le idee di Marx.  inoltre politicamente piuttosto inutile, dato che, quali che fossero le differenze nei passati sviluppi storici, il marxismo ha sempre ritenuto fermamente che tutti i popoli, di qualunque razza o tradizione storica, sono ugualmente capaci di conseguire tutti i risultati della moderna civilizzazione una volta liberi di ricercarli.
L'approccio unilineare conduce anche alla ricerca delle "leggi fondamentali" di ciascuna formazione, che spiega il loro passaggio alla successiva forma pi elevata. Simili meccanismi generali erano stati gi suggeriti da Marx ed Engels (in particolare nell'Origine della famiglia) in relazione al passaggio dalla fase comunitaria primitiva, effettivamente universale, alla societ di classe, e in relazione allo sviluppo assai diverso del capitalismo. Numerosi sono i tentativi fatti per scoprire analoghe "leggi generali" del feudalesimo73 e anche dello stadio schiavile.74 Questi tentativi, per unanime consenso, non sono molto riusciti, e anche le formule suggerite alla fine per giungere a un accordo sembrano poco pi che delle definizioni. Quest'insuccesso nello scoprire delle "leggi fondamentali" generalmente accettabili da applicare al feudalesimo e alla societ schiavile non  in s insignificante.
La seconda tendenza deriva parzialmente dalla prima, ma al tempo stesso in parte confligge con essa. Port a una revisione formale della lista marxiana delle formazioni socioeconomiche, omettendo il "modo asiatico", limitando la portata dell'"antico", ma estendendo in maniera corrispondente quella del "modo feudale". L'omissione del "modo asiatico" ebbe luogo, a grandi linee, tra la fine degli anni Venti del Novecento e i tardi anni Trenta: questo non  pi menzionato nel Materialismo dialettico e materialismo storico (1938) di Stalin, sebbene continu a essere utilizzato da alcuni marxisti, principalmente di lingua inglese, fino a molto pi tardi.75 Dal momento che la sua caratteristica, per Marx, era la resistenza all'evoluzione storica, la sua eliminazione produce uno schema pi semplice, che si presta pi prontamente a interpretazioni unilineari e universali. Ma essa non induce all'errore di considerare le societ orientali come essenzialmente "immutabili" o astoriche.  stato notato che "quello che lo stesso Marx disse dell'India non pu essere accettato cos com'", ma anche che "la base teorica [della storia dell'India] resta marxista".76 La restrizione del "modo antico" non ha posto grossi problemi politici n (apparentemente)  stata il riflesso di dibattiti politici.  stata semplicemente dovuta all'errore degli studiosi che pensarono di vedere ovunque uno stadio schiavile, e trovando questo modello abbastanza semplice (molto pi semplice di quello di Marx) che era oltretutto divenuto corrente, adeguato perfino per le societ classiche dell'antichit.77 La scienza sovietica ufficiale cess di parlare di una fase universale di societ schiavista.78
Il "feudalesimo" ha visto estendere la sua portata in parte per riempire il vuoto lasciato da questi cambiamenti - nessuna delle societ interessate pot essere riclassificata come capitalistica o fu riclassificata come comunitaria primitiva o "arcaica" (come, ricordiamo, Marx ed Engels erano inclini a fare) - e in parte a spese di societ fino a quel momento catalogate come comunitarie primitive, e dei primi stadi dello sviluppo capitalistico. Perch  ormai chiaro che la differenziazione di classe in alcune societ in precedenza definite in modo vago "tribali" (per esempio in molte parti dell'Africa) aveva compiuto considerevoli progressi. All'altro estremo della scala cronologica, la tendenza a classificare tutte le societ come "feudali" fino a quando una formale "rivoluzione borghese" non avesse avuto luogo, si era ulteriormente diffusa, soprattutto in Gran Bretagna.79 Ma il "feudalesimo" non ha visto ampliarsi la sua sfera semplicemente come categoria residuale. Fin dal periodo immediatamente successivo alla morte di Marx, vi furono dei tentativi di vedere una sorta di feudalesimo primitivo, o protofeudalesimo, come prima forma generale di societ classista - bench non necessariamente realizzata ovunque - emersa dalla disintegrazione del comunitarismo primitivo.80 (Di tale transizione diretta dal comunitarismo primitivo al feudalesimo Marx ed Engels rendono naturalmente conto.) Da questo protofeudalesimo, si ipotizza, si generarono le varie altre formazioni, compreso il feudalesimo sviluppato di tipo europeo (e giapponese). D'altro canto, una regressione al feudalesimo da parte di formazioni che, se pur potenzialmente meno progressive, sono in realt pi altamente sviluppate, come dall'Impero romano ai regni tribali teutonici,  sempre stata ammessa. Owen Lattimore arriva perfino a "ipotizzare che si pensi, sperimentalmente, in termini di feudalesimo evolutivo e regressivo, [o de-evolutivo]" e chiede anche di tenere presente la possibilit della feudalizzazione temporanea di societ tribali interagenti con altre pi sviluppate.81
Il risultato netto di tutte queste varie tendenze  stato di mettere in circolazione una vasta categoria di forme "feudali" che abbraccia i continenti e i millenni, e spazia, diciamo, dagli emirati della Nigeria settentrionale alla Francia del 1788, dalle tendenze visibili nella societ azteca alla vigilia della conquista spagnola alla Russia zarista del XIX secolo.  senz'altro probabile che tutto questo possa essere ricondotto a una classificazione cos generale, e che la cosa abbia un valore analitico. Allo stesso tempo  chiaro che senza una buona dose di sottoclassificazioni e di analisi di sottotipi e singoli stadi storici, il concetto generale rischia di diventare troppo rigido. Di simili sottoclassificazioni ne sono state tentate parecchie (per esempio il tipo "semi-feudale"), ma finora la chiarificazione marxista del feudalesimo non ha fatto progressi adeguati.
La combinazione delle due tendenze qui indicate ha prodotto una o due difficolt incidentali. Cos il desiderio di classificare in modo rigoroso ogni societ o periodo in una o nell'altra delle categorie riconosciute ha prodotto delle dispute sulla demarcazione, come normalmente accade quando si insiste nel far quadrare dei concetti dinamici con altri statici. Cos, per esempio, si  molto discusso in Cina sulla data della transizione dal feudalesimo al capitalismo, dal momento che "la lotta fu di natura assai prolungata nell'arco di molti secoli [...] Modi di vita sociali ed economici diversi sono coesistiti temporaneamente nel vasto territorio cinese".82 In Occidente una simile difficolt ha portato a discussioni circa il carattere dei secoli dal XIV al XVIII.83 Queste discussioni hanno perlomeno il merito di sollevare la questione della commistione e della coesistenza di "forme" di rapporti sociali di produzione differenti, sebbene per altri aspetti il loro interesse non sia paragonabile a quello di altre discussioni marxiste.84
Con la destalinizzazione, tuttavia, e in parte sotto lo stimolo delle Formen, il dibattito marxista inizi a mostrare una gradita tendenza a riprendere vita, e a mettere in discussione svariate idee che avevano finito per essere accettate negli ultimi decenni. Questa rinascita sembrava essere cominciata indipendentemente in un certo numero di Paesi, socialisti e non. Contributi giunsero da Francia, Repubblica democratica tedesca, Ungheria, Gran Bretagna, India, Giappone e Egitto.85 Questi affrontavano in parte i problemi generali della periodizzazione storica, come quelli discussi in un dibattito su "Marxism Today", nel 1962, in parte i problemi delle specifiche formazioni socioeconomiche precapitalistiche, e in parte la travagliata, e ora riaperta, questione del "modo asiatico".86
Tutto questo indicava dei tentativi di fuga dagli sviluppi storici del movimento marxista internazionale nella generazione precedente alla met degli anni Cinquanta, cosa che ebbe un effetto indiscutibilmente negativo sul livello della discussione marxista in questo come in molti altri campi. L'approccio originario di Marx al problema dell'evoluzione storica  stato per certi aspetti semplificato e modificato, e determinate sollecitazioni a tenere presente la natura complessa e profonda dei suoi metodi, come quelle fornite dalla pubblicazione delle Formen, non sono state usate per correggere tali tendenze. La lista originale delle formazioni socioeconomiche di Marx  stata modificata, ma non  stato ancora trovato niente che la sostituisse in maniera soddisfacente. Alcune lacune presenti nella brillante ma incompleta e sperimentale discussione di Marx ed Engels sono state individuate e colmate, ma alcune parti pi feconde della loro analisi sono state lasciate scomparire senza lasciare traccia.
Una ragione in pi per cui dovrebbe essere intrapresa oggi una necessaria chiarificazione dell'idea marxista di evoluzione storica, e specialmente delle fasi principali dello sviluppo. Uno studio attento delle Formen, che non significa l'accettazione acritica di tutte le conclusioni di Marx, pu soltanto aiutare in questo compito, e ne , anzi, parte indispensabile.
* Questo capitolo  stato scritto come introduzione a una sezione dei Grundrisse, intitolata in inglese Pre-Capitalist Economic Formations (Lawrence & Wishart, 1964). I riferimenti nel presente capitolo sono a quell'edizione.
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CAPITOLO 8. Le fortune degli scritti di Marx ed Engels.
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Gli scritti di Marx ed Engels hanno acquisito lo status di "classici" per i partiti socialisti e comunisti a essi ispirati e, dal 1917, in un numero crescente di Stati nei quali divennero la base dell'ideologia ufficiale, o persino un equivalente secolare della teologia. Molta della discussione marxista successiva alla morte di Engels, anzi, probabilmente la maggior parte, ha assunto la forma di esegesi testuale, speculazione e interpretazione, oppure di dibattiti sull'ammissibilit delle idee di Marx ed Engels contenute nei loro testi, o su quanto ne sia desiderabile o meno una revisione. Eppure, questi scritti inizialmente non formavano un corpus pubblicato integralmente. Anzi, fino agli anni Venti del Novecento, quando la celebre Gesamtausgabe (comunemente nota come MEGA) fu avviata a Mosca sotto la direzione di David Rjazanov, non era stato effettuato alcun tentativo di pubblicare un'edizione completa della loro opera. Essa rimase incompleta nell'originale tedesco, mentre fu continuata in russo, anche se a dispetto dei progetti, solo parzialmente. Nello stesso periodo altrove si facevano tentativi indipendenti di stampare un'edizione integrale, in particolare in Francia, da parte dell'editore Alfred Costes. Un'ampia, ma parziale, edizione delle opere di Marx ed Engels (in genere conosciuta e citata come MEW, cio Marx-Engels-Werke) fu pubblicata nella Repubblica democratica tedesca a partire dal 1956, e forn la base per varie edizioni analoghe in altre lingue. Di queste, la pi ambiziosa (e assai pi esaustiva) furono i Collected Works di Marx ed Engels, pubblicati in cinquanta volumi in lingua inglese dal 1975 al 2004.
Dopo una lunga preparazione, una nuova Gesamtausgabe (nota come la nuova MEGA) inizi a essere pubblicata nel 1975 sotto l'egida degli Istituti per il marxismo-leninismo dell'Urss e della Repubblica democratica tedesca. La fine di entrambi gli Stati spost la prospettiva di quest'opera da ideologica a accademica: la responsabilit complessiva del progetto pass a una fondazione, l'Internationale Marx-Engels Stiftung, presso l'Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam, che custodisce dal 1933 i veri e propri archivi di Marx ed Engels. Il lavoro pratico invece venne trasferito all'Accademia delle scienze di Berlino e Brandenburgo, e ad altri centri di ricerca in vari Paesi. Il piano dell'opera prevedeva pi di centoventi volumi, quasi certamente una stima inadeguata, del momento che sarebbero stati inclusi estratti di letture, appunti grezzi e altri marginalia. All'inizio del nuovo secolo erano usciti cinquantaquattro volumi; la pubblicazione dovrebbe essere ultimata entro il 2030.
Per gran parte della storia del marxismo il dibattito  stato quindi basato su una scelta variabile degli scritti di Marx ed Engels. Per comprendere questa storia si rende dunque necessaria una breve, e inevitabilmente sommaria indagine sulle fortune di queste opere.
Se escludiamo una gran mole di materiale giornalistico, perlopi risalente agli anni Quaranta e Cinquanta dell'Ottocento, il corpus vero e proprio degli scritti pubblicati da Marx ed Engels durante la vita del primo  abbastanza modesto. Prima della rivoluzione del 1848 comprende, grosso modo, diversi importanti saggi di Marx (e in misura minore di Engels) redatti precedentemente l'inizio della loro collaborazione sistematica (per esempio nei Deutsch-Franzsische Jahrbcher): La situazione della classe operaia in Inghilterra di Engels (1845); La sacra famiglia di Marx ed Engels (1845); la polemica di Marx con Proudhon nella Miseria della filosofia (1847); il Manifesto del partito comunista (1848); nonch alcune conferenze e articoli dei tardi anni Quaranta. Con l'eccezione del Manifesto, nessuno di questi fu ripubblicato durante la vita di Marx in una forma accessibile a un pubblico pi vasto. Dopo la sconfitta del 1848-49, Marx pubblic le ormai celebri analisi della rivoluzione e dei suoi postumi in riviste redatte da rifugiati politici dalla circolazione tristemente circoscritta, per esempio i lavori noti come Le lotte di classe in Francia e Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, quest'ultimo ristampato nel 1869. Lo scritto di Engels sulla Guerra dei contadini in Germania (1850), a sua volta apparso nelle pubblicazioni dei rifugiati - diversamente dagli articoli ora noti come Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, che comparvero a nome di Marx sulla "New York Tribune" - fu anch'esso ristampato durante la vita di Marx. Le opere edite di Marx, da quel momento in poi, fatta eccezione per gli articoli giornalistici e le polemiche politiche contigenti, si limitano praticamente a: Per la critica dell'economia politica (1859), non ristampata; Il capitale (libro I, 1867), alla cui storia si far riferimento a breve; e a una quantit di testi scritti per l'Associazione internazionale dei lavoratori, i pi famosi dei quali sono l'Indirizzo inaugurale (1864) e La guerra civile in Francia (1871). Quest'ultima venne ripetutamente ristampata. Engels pubblic vari pamphlet, soprattutto su questioni politico-militari, ma negli anni Settanta inizi, con il suo Herr Eugen Dhrings Umwlzung der Wissenschaft (Anti-Dhring, 1878) quella serie di scritti grazie a cui, in effetti, il movimento socialista internazionale avrebbe preso confidenza con il pensiero marxiano su temi diversi dall'economia politica. La maggior parte di essi, tuttavia, appartengono al periodo successivo alla morte di Marx.
Nell'anno, diciamo, 1875, il corpus delle opere conosciute e disponibili di Marx ed Engels era pertanto esiguo, dal momento che la maggior parte dei loro scritti giovanili non erano pi ristampati da tempo. Consisteva essenzialmente nel Manifesto del partito comunista, che cominci a godere di una certa diffusione dall'inizio degli anni Settanta dell'Ottocento in poi, nel Capitale, che fu tradotto in russo e in francese, e nella Guerra civile in Francia, che diede a Marx una buona notoriet. Ciononostante, tra il 1867 e il 1875, si pu affermare che un corpus di opere di Marx divenne accessibile per la prima volta.
Nel periodo compreso tra la morte di Marx (1883) e quella di Engels (1895), si verific una duplice trasformazione. In primo luogo, l'interesse per i lavori di Marx ed Engels aument rapidamente con l'affermarsi del movimento socialista internazionale. In questi dodici anni, secondo Andras, apparvero non meno di settantacinque edizioni del Manifesto in quindici lingue.1  interessante notare che le edizioni nelle lingue dell'Impero zarista gi superavano per numero quelle in tedesco. In secondo luogo, un vasto corpus delle opere dei classici veniva ora sistematicamente pubblicato in lingua originale, soprattutto su iniziativa di Engels. Questo era costituito da: a) riedizioni (in genere con una nuova introduzione) di lavori da lungo tempo esauriti, la cui perdurante rilevanza Engels intendeva cos sottolineare; b) nuove edizioni di opere lasciate inedite o incomplete da Marx; c) nuovi scritti di Engels, che talvolta includevano importanti testi inediti di Marx, come le Tesi su Feuerbach, in cui tentava di fornire un quadro coerente e completo della dottrina marxiana. Quindi, nel caso a), Engels ripubblic come pamphlet gli articoli di Marx su Lavoro salariato e capitale, la Miseria della filosofia, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, La guerra civile in Francia, oltre alla sua Situazione della classe operaia e a ristampe di vari suoi scritti degli anni Settanta. I principali lavori resi disponibili nel caso b) furono i libri II e III del Capitale e la Critica del programma di Gotha (1891). Le opere pi importanti nel caso c) furono l'Anti-Dhring, l'Evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza (ristampata ancor pi di frequente e adattamento del pi esteso L'origine della famiglia, della propriet privata e dello Stato, del 1884), e Ludwig Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca (1888), cui si aggiunsero numerosi contributi al dibattito politico corrente. Questi lavori, con l'eccezione forse dell'Evoluzione del socialismo, non vennero pubblicati in grandi tirature; tuttavia da quel momento furono sempre disponibili. Formano il grosso di quello che Engels considerava il corpus degli scritti suoi e di Marx, sebbene quest'ultimo, se fosse vissuto pi a lungo, avrebbe forse potuto aggiungere qualche ulteriore testo, per esempio le Teorie sul plusvalore, che apparvero infine a cura di Kautsky, e una revisione della Guerra dei contadini, che lui stesso aveva sperato di pubblicare.
Con qualche eccezione, come gli scritti originariamente editi in inglese (alcuni dei quali erano stati ristampati da Eleanor Marx poco dopo la morte di Engels), era questo il materiale a disposizione del movimento marxista internazionale alla fine del XIX secolo, considerando anche le traduzioni. Era il frutto di una selezione, e in una certa qual misura di una compilazione, effettuate da Engels. Cos, il Capitale non ci  arrivato come Marx lo aveva inteso, ma come Engels pensava che lui lo avrebbe voluto. Gli ultimi tre volumi, com' ben noto, furono riorganizzati da Engels, e in seguito da Kautsky, sulla base di abbozzi incompiuti lasciati dall'autore. Anche il primo libro, tuttavia,  un testo completato da Engels e non da Marx, poich la versione standard (la quarta edizione tedesca del 1890) venne modificata da Engels alla luce dell'ultima (la seconda) edizione riveduta da Marx, di ulteriori cambiamenti apportati da Marx per l'edizione francese del 1872-75, di alcune note manoscritte e considerazioni tecniche di minor rilievo. (In effetti, la seconda edizione di Marx del 1872 comprendeva una sostanziale riscrittura di alcune sezioni della prima, del 1867.) Questo, dunque, sarebbe stato il corpus principale dei testi classici su cui si sarebbe fondato il marxismo della Seconda Internazionale, nel caso in cui molti tra i suoi teorici e leader non avessero avuto un contatto personale con Engels in et avanzata, sia sotto forma di conversazioni sia attraverso la vasta corrispondenza epistolare, che fu pubblicata soltanto dopo la Prima guerra mondiale. Va osservato che questo era un corpus di scritti teorici "compiuti", e tale era considerato da Engels, i cui scritti tentavano di colmare le lacune lasciate da Marx e di aggiornare le pubblicazioni precedenti. Cos, l'obiettivo delle sue fatiche nella redazione del Capitale non fu (com'era abbastanza naturale) quello di ricostruire il flusso e lo sviluppo del pensiero economico di Marx, ancora in corso al momento della sua morte. Una simile ricostruzione storica della genesi e dello sviluppo del Capitale (compresi i cambiamenti apportati alle varie edizioni del volume pubblicato) fu intrapresa seriamente solo dopo la Seconda guerra mondiale, e a tutt'oggi rimane incompleta. Lo scopo di Engels era produrre un testo "definitivo" dell'opera massima dell'amico, tale da rendere superflue le precedenti stesure.
I suoi brevi compendi del marxismo, e in particolare l'assai fortunata Evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, avevano il fine di rendere i contenuti di questo corpus teoretico accessibili ai nuovi partiti socialisti di massa. E certamente, durante questo periodo, buona parte dell'attenzione di teorici e dirigenti dei movimenti socialisti era anche rivolta alla realizzazione di analoghi compendi popolari della dottrina di Marx. Cos, Deville in Francia, Cafiero in Italia e Aveling in Gran Bretagna produssero compendi del Capitale, mentre Kautsky pubblicava le sue Dottrine economiche di Karl Marx. Non sono che alcuni esempi di opere di questo genere. Anzi, il principale impegno educativo e propagandistico dei nuovi movimenti socialisti sembra essersi concentrato sulla produzione e la diffusione di lavori di questo tipo, piuttosto che di quelli degli stessi Marx ed Engels. In Germania, per esempio, la tiratura media delle edizioni del Manifesto prima del 1905 era di sole 2000 o al massimo 3000 copie, anche se da allora in poi aument (dati tratti dai Parteitage dell'Spd). Tanto per fare un paragone: la Rivoluzione sociale di Kautsky (parte I) fu tirata in 7000 copie nel 1903 e in 21.500 nel 1905; Christenthum und Sozialismus di Bebel vendette 37.000 copie tra il 1898 e il 1902, seguito da un'altra edizione di 20.000 copie nel 1903; e il Programma di Erfurt del partito (1891) venne distribuito in 120.000 copie.
Ci non significa che il corpus di classici ora disponibile non fosse letto da socialisti inclini alla teoria: di certo fu tradotto rapidamente in varie lingue. Cos in Italia - un Paese, in effetti, i cui intellettuali durante gli anni Novanta dimostravano un interesse insolitamente vivo per il marxismo - entro il 1900 era disponibile quasi l'intera raccolta selezionata da Engels (tranne gli ultimi libri del Capitale), e gli Scritti di Marx, Engels e Lassalle editi a cura di Ciccotti (dal 1899) contenevano anche una quantit di lavori successivi.2 Fino alla met degli anni Trenta del Novecento, ben poco fu aggiunto in lingua inglese al corpo dei testi classici tradotti entro il 1913, bench sovente in maniera approssimativa, soprattutto da parte dell'editore di Chicago Charles H. Kerr.
Tra coloro che avevano interesse nella teoria, cio tra gli intellettuali dell'Europa centrale e orientale, e in parte anche in Italia, dove il marxismo esercitava una particolare attrattiva, la richiesta degli altri scritti di Marx ed Engels era ovviamente forte. Il Partito socialdemocratico tedesco, che possedeva il Nachlass, il lascito letterario dei fondatori, non fece alcun tentativo di pubblicarne l'opera omnia, forse ritenendo inopportuno stampare o ristampare alcuni dei loro commenti pi sconvenienti od offensivi, o i loro scritti politici di interesse puramente temporaneo. Tuttavia gli studiosi marxisti, in particolare Kautsky e Franz Mehring in Germania, e David Rjazanov in Russia, intrapresero la pubblicazione di una serie di scritti editi di Marx ed Engels pi completo di quanto Engels avesse ritenuto immediatamente necessario. Cos l'Aus dem literarischen Nachlass von Marx und Engels di Mehring ripubblic gli scritti degli anni Quaranta, mentre Rjazanov rimise in circolazione le opere datate fra il 1852 e il 1862 in vari volumi.
Prima del 1914 ci fu un importante sviluppo riguardo il materiale inedito con la pubblicazione della corrispondenza tra Marx ed Engels, nel 1913. Gi Kautsky aveva di tanto in tanto pubblicato una selezione di materiale manoscritto nella "Neue Zeit", la rivista teorica della Spd, in particolare (nel 1902) le lettere di Marx al dottor Kugelmann e (nel 1903-04) alcuni frammenti di quelli che sono oggi noti come Grundrisse, tra cui l'incompleta introduzione a Per la critica dell'economia politica. Furono anche pubblicati occasionalmente, a livello locale, scritti di Marx ed Engels indirizzati a corrispondenti in Paesi specifici, oppure gi editi nella lingua di quei Paesi, o che a essi facevano particolare riferimento; di rado per all'epoca vennero tradotti in altre lingue. La disponibilit degli scritti classici del 1914  forse meglio indicata dalla bibliografia inclusa da Lenin nel suo articolo su Karl Marx, destinato al Dizionario enciclopedico Granat, scritto in quell'anno e frequentemente ripubblicato con il titolo Karl Marx. Se un testo di Marx ed Engels era ignoto ai marxisti russi, gli studiosi pi assidui dei classici, si pu dedurne che esso non era effettivamente fruibile sul mercato internazionale.
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La Rivoluzione russa trasform la pubblicazione e la divulgazione dei classici in vari modi. In primo luogo, trasfer il centro degli studi dei testi marxiani a una generazione di curatori che non aveva avuto alcun contatto personale con Engels, n tanto meno con Marx: uomini come Bernstein, Kautsky e Mehring. Questo nuovo gruppo non era quindi pi direttamente condizionato n dai giudizi personali di Engels sugli scritti classici, n dalle questioni di tatto e opportunit, relative sia alle persone sia alla politica contemporanee, che avevano cos evidentemente influenzato gli immediati esecutori letterari di Marx ed Engels. Il fatto che il centro principale delle pubblicazioni marxiane fosse ora il movimento comunista sottoline questa cesura, poich i curatori comunisti (e in special modo quelli russi) tendevano, a volte del tutto a ragione, a interpretare le omissioni e modifiche nei primi testi da parte della socialdemocrazia tedesca come distorsioni "opportunistiche". In secondo luogo, la Rivoluzione consent ai bolscevichi marxisti, i quali potevano ora fare assegnamento sulle risorse dello Stato sovietico, di conseguire il loro obiettivo di pubblicare l'intero corpo degli scritti classici: in breve, una Gesamtausgabe.
Questo pose una serie di problemi tecnici, due dei quali  opportuno di menzionare. Gli scritti di Marx, e in misura minore quelli di Engels, comprendevano sia lavori finiti, pubblicati in maniera pi o meno accurata, sia stesure pi o meno incomplete e provvisorie, ma anche semplici note di lettura e marginalia. La linea di demarcazione tra le "opere" e gli appunti o gli abbozzi preliminari non era facile da tracciare. L'Istituto Marx-Engels, fondato nel 1920, e diretto da quel formidabile studioso di Marx che fu David Rjazanov, escluse alcuni scritti dalle "opere" vere e proprie, pur con l'intenzione di pubblicarli in un periodico miscellaneo parallelo, il "Marx-Engels Archiv". Questi testi non sarebbero stati inclusi in una collezione di tutti gli scritti fino alla nuova MEGA degli anni Settanta del Novecento. Inoltre, mentre il grosso degli abbozzi veri e propri era disponibile nel Nachlass di Marx ed Engels, in possesso della Spd (e trasferito dopo il 1933 presso l'Istituto internazionale di storia sociale di Amsterdam), la corrispondenza dei classici era ampiamente dispersa e una sua edizione unitaria era pertanto impossibile, se non altro perch si ignorava dove si trovasse gran parte di essa. In pratica, numerose lettere di Marx ed Engels furono pubblicate separatamente, talvolta dai destinatari o dai loro esecutori testamentari, a partire dal 1920 circa, ma per esempio un corpus cos vasto e importante come il carteggio con Lafargue non venne dato alle stampe che negli anni Cinquanta. Dal momento che la MEGA non fu mai completata, simili problemi presto persero il loro carattere di urgenza, ma vanno comunque tenuti presente. Lo stesso vale per la continua pubblicazione di materiale marxiano tratto dalle pi vecchie raccolte esistenti in particolare negli archivi della Spd. Perch, sebbene l'Istituto di Mosca cercasse di acquisire tutti gli scritti possibili dei classici per la propria edizione integrale, l'unica in preparazione, di fatto ottenne soltanto delle fotocopie della enormemente pi vasta collezione archivistica, mentre gli originali restarono in Occidente.
Gli anni Venti conobbero dunque una notevole impennata nella pubblicazione dei classici. Per la prima volta diventavano generalmente disponibili due categorie di materiale: i manoscritti inediti e la corrispondenza di Marx ed Engels con terzi. Gli eventi politici tuttavia ben presto posero degli ostacoli, impensabili prima del 1914, sia alla pubblicazione sia alla loro interpretazione. Il trionfo dei nazisti nel 1933 disgreg il centro occidentale (tedesco) degli studi marxiani e rinvi di molto le ripercussioni della critica basata su di essi. Per limitarci a un solo esempio, la monumentale biografia di Engels di Gustav Mayer, un lavoro di considerevole erudizione, dovette apparire nel 1934 in un'edizione olandese a opera di rifugiati e rimase praticamente sconosciuta ai giovani marxisti nella Germania occidentale post 1945 fino gli anni Settanta. Molte nuove pubblicazioni di testi marxiani non si limitarono semplicemente a riprodurre "rarit marxiste" (per citare il titolo di una raccolta uscita negli anni Venti),3 ma divennero inevitabilmente a loro volta una rarit. In Russia, l'ascesa al potere di Stalin sconvolse l'Istituto Marx-Engels, soprattutto dopo l'allontanamento e il successivo omicidio del suo direttore, Rjazanov, e pose fine alla pubblicazione della MEGA in tedesco, pur senza impedire del tutto, malgrado il tragico impatto delle purghe, il proseguimento del lavoro editoriale. Inoltre, cosa per certi versi ancora pi grave fu l'affermazione di quella che potrebbe essere chiamata un'interpretazione stalinista ortodossa del marxismo, promulgata ufficialmente nel Breve corso di storia del Pc(b) dell'Urss, del 1938, che fece apparire eterodossi alcuni degli scritti dello stesso Marx e dunque caus seri problemi riguardo la loro pubblicazione. Questo fu in particolare il caso degli scritti dei primi anni Quaranta.4 Infine, lo sconvolgimento della Seconda guerra mondiale ebbe un impatto considerevole sulle opere di Marx. La splendida edizione dei Grundrisse pubblicata a Mosca negli anni 1939-41 rimase quasi sconosciuta (bench una o due copie fossero giunte negli Stati Uniti) fino alla ristampa di Berlino Est del 1953.
Il terzo cambiamento che interess la pubblicazione degli scritti classici dopo il 1917 concerne la loro divulgazione. Com' stato notato, prima del 1914 i partiti socialdemocratici di massa non fecero alcun serio tentativo per far leggere gli stessi Marx ed Engels ai propri membri, con la possibile eccezione dell'Evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, e forse del Manifesto. Il primo libro del Capitale in effetti venne ristampato di frequente - in Germania, dieci volte tra il 1903 e il 1922 - ma  dubbio che si prestasse a una vasta diffusione popolare. Molti di coloro che lo comprarono erano probabilmente contenti di averlo sui propri scaffali, come dimostrazione tangibile del fatto che Marx avesse dimostrato scientificamente l'inevitabilit del socialismo. I piccoli partiti, composti da intellettuali, da quadri o da quei militanti particolarmente ferventi che amano riunirsi in sette marxiste, di certo facevano richieste pi onerose ai loro iscritti. Cos tra il 1848 e il 1918 furono pubblicate in inglese ben trentotto edizioni del Manifesto per i gruppi e i partiti marxisti relativamente minuscoli del mondo anglosassone, contro le ventisei in Francia e le cinquantacinque per i grandi partiti dei Paesi di lingua tedesca.
Il movimento comunista internazionale, d'altro canto, prestava enorme attenzione all'educazione marxista dei propri aderenti, e non si affidava pi principalmente ai compendi dottrinali per questo scopo; dunque la selezione e la divulgazione dei testi classici veri e propri divennero una questione della massima importanza. La crescente tendenza a sostenere la discussione politica con l'autorit testuale, che da tempo caratterizzava alcuni settori della tradizione marxista, in particolare in Russia, incoraggi la diffusione dei testi classici, sebbene naturalmente, nel corso del tempo, nel movimento comunista gli appelli testuali a Lenin e Stalin diventarono assai pi frequenti di quelli a Marx ed Engels. L'ampia disponibilit di testi cambi indubbiamente la situazione di quanti desideravano studiare il marxismo ovunque fosse consentita la circolazione degli scritti di Marx ed Engels, sebbene l'area in cui questi potevano essere pubblicati tra il 1933 e il 1944 si fosse ridotta drasticamente.
Alcuni dei manoscritti pi importanti fino ad allora inediti, quelli degli anni Quaranta, iniziarono ad avere una certa influenza prima del 1939. Sia l'Ideologia tedesca sia i Manoscritti economico-filosofici del 1844 furono pubblicati nel 1932, sebbene la traduzione completa procedesse con lentezza. Non  questa la sede per discutere della loro rilevanza; ci limiteremo a notare en passant che il dibattito marxista dopo il 1945 verte in buona parte sull'interpretazione di questi primi scritti, e che viceversa la discussione prima del 1932 si svolse perlopi ignorando tali opere. Il secondo grande corpus di manoscritti inediti riguardava il lavoro preliminare svolto per il Capitale. Un consistente corpo di scritti, i Grundrisse del 1857-58, rest, come abbiamo visto, sconosciuto ancora pi a lungo, dato che la sua prima effettiva pubblicazione avvenne nel 1953 e le sue prime (insoddisfacenti) traduzioni in lingue straniere uscirono soltanto nei tardi anni Cinquanta. Esso non divenne una base importante per il dibattito marxista internazionale fino agli anni Sessanta, e comunque da principio non nella sua interezza, ma venne ritenuto rilevante soprattutto in rapporto alla sezione storica del manoscritto, pubblicata separatamente con il titolo Formen, die der kapitalistischen Produktion vorhergehen (Berlino 1952) e tradotta nel giro di pochi anni (in italiano nel 1953-54, in inglese nel 1964). Ancora una volta la comparsa di questo testo impose alla maggioranza di marxisti, che ne erano fino ad allora rimasti all'oscuro, una sostanziale riconsiderazione degli scritti di Marx. Alcune parti delle considerevoli stesure di Marx collegate alla scrittura del Capitale e non incluse nelle versioni finali pubblicate, entrarono in circolazione ancora pi tardi e pi gradualmente: per esempio, la progettata parte VII del libro I ("Resultate des unmittelbaren Produktionsprozesses"), che, sebbene pubblicata nell'Arkhiv K. Marksa i F. Engelsa nel 1933, non divenne oggetto di una seria discussione fino alla fine degli anni Sessanta e non fu tradotta, almeno in inglese, fino al 1976. Parte di questo materiale resta a tutt'oggi inedita.
Il terzo importante manoscritto inedito, la Dialettica della natura di Engels, fu pubblicata per la prima volta qualche tempo prima, assieme ad altri abbozzi di Engels nell'Arkhiv K. Marksa i F. Engelsa (1925). Che non fosse stato incluso nella pubblicazione della Gesamtausgabe, o che forse non vi fosse destinato, fu dovuto probabilmente al fatto, notato da Rjazanov, che gran parte della discussione di Engels sulle scienze naturali, scritta negli anni Settanta dell'Ottocento, era divenuta di fatto obsoleta. Ciononostante, l'opera si adattava all'orientamento "scientista" del marxismo che, da tempo popolare in Russia, fu rafforzato nell'era di Stalin. La Dialettica della natura conobbe quindi una rapida diffusione negli anni Trenta del XX secolo, venendo anzi citata da Stalin nel Breve corso del 1938.5 Il testo esercit cos una certa influenza sugli scienziati naturali marxisti, all'epoca sempre pi numerosi.
Della corrispondenza di Marx ed Engels con terze persone, che probabilmente costituiva il pi vasto corpo unitario di materiale marxiano inedito, se si escludono gli appunti, prima del 1914 era stato pubblicato relativamente poco, in parte da periodici, in parte come raccolta o selezione di lettere di singoli corrispondenti, come la Briefe und Auszge aus Briefen von Joh. Phil. Becker, Jos. Dietzgen, Friedrich Engels, Karl Marx u. A. an F.A. Sorge und Andere (Stoccarda 1906). Raccolte simili erano state pubblicate in gran numero dopo il 1917, in particolare le lettere a Bernstein (in russo nel 1924, in tedesco nel 1925), e i carteggi con Bebel, Liebknecht, Kautsky e altri (in russo nel 1932, in tedesco, a Leningrado, nel 1933). Tuttavia, nessuna raccolta completa venne data alle stampe prima dell'edizione russa (So?inenija XXV-XXIX) del 1934-46, o, nell'originale tedesco, dei Werke del 1956-68. Come gi osservato, alcune raccolte di particolare importanza non divennero disponibili prima dei tardi anni Cinquanta, e la pubblicazione della corrispondenza non pu ancora considerarsi ultimata. Ciononostante, il materiale a disposizione dell'Istituto di Mosca nel 1933 comprendeva una sostanziosa raccolta di epistole che furono divulgate soprattutto attraverso traduzioni e adattamenti della corrispondenza edita dai primi anni Trenta.
Tuttavia, si rende necessaria un'osservazione riguardo la pubblicazione "ufficiale" di queste lettere. Erano considerate non tanto come una vera e propria corrispondenza privata (eccetto che per lo scambio epistolare tra Marx ed Engels), ma piuttosto come parte degli scritti classici. Le lettere dei corrispondenti di Marx ed Engels non furono quindi di norma incluse nelle collezioni comuniste ufficiali, sebbene certe edizioni di particolari raccolte, soprattutto curate dai corrispondenti di Marx ed Engels o dai loro esecutori (per esempio Kautsky o Victor Adler) contenessero entrambi gli aspetti del discorso. Il carteggio Engels-Lafargue (1956-59) fu forse il primo edito sotto l'egida comunista a comprendere questi due aspetti, inaugurando cos una nuova fase nello studio dei testi di Marx ed Engels. Inoltre, la pratica in uso fino agli anni Settanta di tenere il carteggio Marx-Engels separato da quello con terzi nelle varie raccolte delle loro opere, rese relativamente disagevole lo studio strettamente cronologico delle lettere.
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Come abbiamo visto, la pubblicazione e traduzione della raccolta delle opere di Marx ed Engels in una forma molto pi completa fece progressi sostanziali dopo la Seconda guerra mondiale, e in particolare in epoca poststaliniana. Dai primi anni Settanta si potrebbe dire che, salvo ulteriori scoperte di bozze e lettere, la maggior parte delle opere note era in circolazione in lingua originale, bench non sempre ampiamente disponibile. Ci includeva in misura crescente il materiale preparatorio, peraltro assai incompleto (note di lettura, marginalia, ecc.), che divenne sempre pi usuale trattare come "opere" e pubblicare in quanto tali. A tale riguardo va rimarcato lo sforzo sempre crescente di analizzare e interpretare questi materiali allo scopo di scoprirvi le linee del pensiero di Marx, specialmente in merito ad argomenti sui quali egli non pubblic alcun testo o bozza, come nell'edizione degli Ethnological Notebooks (a cura di L. Krader, Assen 1972). Questo poteva essere considerato come l'inizio di una nuova e promettente fase per la conoscenza dei testi marxiani. Lo stesso vale per lo studio degli appunti e delle varianti, come le bozze preparatorie per La guerra civile in Francia e la famosa lettera a Vera Zasuli? del 1881. Un simile sviluppo era inevitabile poich svariati tra i nuovi testi pi importanti, come i Grundrisse, erano a loro volta degli abbozzi, non destinati alla pubblicazione nella forma in cui ci sono pervenuti. Lo studio delle varianti testuali progred in maniera notevole anche con la ripubblicazione in Giappone del primo capitolo originale del libro I del Capitale (edizione 1867), che era stato riscritto sostanzialmente da Marx per le edizioni successive.
Si pu affermare che, in particolare dagli anni Sessanta del Novecento in poi, gli studi marxiani abbiano progressivamente teso a cercare in Marx ed Engels non una serie definitiva e "finale" di testi che esponessero la teoria marxista, bens un processo di pensiero in via di sviluppo. Si  inoltre sempre pi affermata la tendenza ad abbandonare l'opinione che le opere di Marx ed Engels siano componenti sostanzialmente indistinguibili all'interno del corpus teoretico del marxismo, e a indagare invece le differenze e talora le divergenze tra i due, che pure collaborarono per tutta la vita. Che questo abbia portato a interpretazioni a volte esagerate di tali diversit, in questa sede non ci importa. Il declino graduale del marxismo come sistema dogmatico formale, che  iniziato dalla met degli anni Cinquanta, ha naturalmente incoraggiato queste nuove tendenze negli studi marxiani, sebbene abbia anche condotto alla ricerca di autorit testuali per avallare certe versioni di "marxismo" alternative e talvolta dogmatiche; servendosi per questo scopo soprattutto degli scritti meno noti, recentemente pubblicati o divulgati.
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Il declino del marxismo dogmatico dopo il 1956 produsse una crescente divergenza tra i Paesi guidati da governi marxisti, con le loro pi o meno monolitiche dottrine ufficiali, e il resto del mondo, in cui coesisteva una pluralit di partiti, gruppi e tendenze marxiste. Una divergenza del genere non esisteva prima del 1956. I partiti marxisti della Seconda Internazionale pre 1914, sebbene tendessero a sviluppare un'interpretazione ortodossa della dottrina, sia contro sfide "revisioniste" a destra sia contro gli sfidanti anarco-sindacalisti a sinistra, ammettevano una pluralit di interpretazioni e, se anche lo avessero voluto, difficilmente sarebbero stati capaci di impedirla. Nessuno nella Spd tedesca trovava qualcosa di strano nel fatto che l'arcirevisionista Eduard Bernstein curasse la corrispondenza di Marx ed Engels nel 1913, bench Lenin rilevasse dell'"opportunismo" nei suoi giudizi curatoriali. Negli anni Venti del Novecento, marxismo socialdemocratico e marxismo comunista coesistevano; eppure, con la fondazione dell'Istituto Marx-Engels, il centro di pubblicazione dei testi classici pass in misura crescente dalla parte comunista. Si potr anche notare en passant che l  rimasto. Malgrado i tentativi, sin dagli anni Sessanta, di pubblicare edizioni rivali dei testi classici (per esempio da parte di M. Rubel in Francia o Benedikt Kautsky in Germania), le edizioni standard, senza le quali nessuna delle altre, comprese numerose traduzioni, sarebbe concepibile, restano quelle editate a Mosca (e, dal 1945, a Berlino Est): la prima e seconda MEGA e i Werke. Dopo il 1933, per scopi pratici, la vasta maggioranza dei marxisti dentro e fuori l'Urss era legata ai partiti comunisti, poich i vari scismatici ed eretici del movimento comunista non si erano conquistati un numero considerevole di sostenitori. Il marxismo, nei partiti socialdemocratici, anche se tralasciamo la quasi totale distruzione del partito tedesco e austriaco dopo il 1933-34, divenne sempre pi attenuato e apertamente critico verso l'ortodossia classica. Dopo il 1945, salvo poche eccezioni, questi partiti non si consideravano pi marxisti, eccetto forse in senso storico.  solo in retrospettiva, e alla luce del pluralismo marxista degli anni Sessanta e Settanta, che il carattere pluralistico della letteratura marxista tra le due guerre venne riconosciuto e furono compiuti sforzi sistematici, in particolare in Germania sin dalla met degli anni Sessanta, per pubblicare o ristampare gli scritti di quel periodo.
Per qualcosa come un quarto di secolo, dunque, non vi fu alcuna differenza sostanziale tra il marxismo dei partiti comunisti fuori dai confini sovietici (cio la maggior parte del marxismo, in termini quantitativi) e quello dell'Urss; o almeno a simili differenze non era consentito emergere. La situazione cambi gradualmente, ma sempre pi in fretta, dopo il 1956. Non soltanto con la spaccatura tra l'Urss e la Cina almeno due ortodossie dottrinali si sostituirono all'unica precedente, ma i partiti comunisti non governativi si trovarono in misura crescente a fronteggiare la competizione di gruppi marxisti rivali appoggiati in questa dialettica da intellettuali in grado di leggere i testi marxiani, mentre in seno ai partiti comunisti occidentali si svilupp una considerevole libert di discussione teorica interna, almeno in merito a questioni di dottrina marxiana. Vi era dunque un divario effettivo tra i Paesi in cui il marxismo rimase la dottrina ufficiale, strettamente associata al governo, con una sola versione vincolante di "ci che insegna il marxismo" su ogni argomento, e quelli in cui non era pi cos. Un utile strumento di misurazione di questo divario  l'osservazione di come venivano compilate le biografie dei fondatori. Nel primo gruppo di Paesi queste sono rimaste, se non completamente agiografiche, frenate in ogni caso da una riluttanza al confronto con aspetti delle loro vite e azioni che non li mostravano in una luce favorevole. (Questa tradizione non era nuova:  assai visibile nella prima fase della biografia ortodossa di Marx prima del 1914, come esemplificato dalla biografia quasi ufficiale di Mehring, Vita di Marx pubblicata nel 1918, e forse anche di pi dalle omissioni, nella corrispondenza originale, fra Marx ed Engels.) Nel secondo gruppo di Paesi, i marxisti e i biografi di Marx hanno invece riconosciuto pubblicamente i fatti delle vite dei fondatori, anche quando questi non mettono i loro soggetti in buona luce. Dal 1956, divergenze di questo tipo hanno caratterizzato sempre di pi la storia del marxismo, compresa quella dei testi marxiani.
Rimane da indagare brevemente la diffusione delle opere classiche. Anche qui  importante notare la grande rilevanza del periodo di ortodossia comunista "monolitica", che fu anche quello della divulgazione sistematica dei testi scritti dai fondatori. La diffusione assunse quattro forme: la pubblicazione di opere separate di Marx ed Engels, la pubblicazione di opere scelte o di raccolte, la pubblicazione di antologie su argomenti particolari, e da ultimo la compilazione di compendi di teoria marxista basati sui classici e contenenti citazioni tratte da questi. Non c' bisogno di aggiungere che, durante questo periodo, "i classici" comprendevano Lenin e pi tardi Stalin, oltre che Marx ed Engels. Tuttavia, con l'eccezione di Plechanov, nessun altro autore marxista poteva, a livello internazionale, fregiarsi dell'appellativo di "classico", almeno dopo gli anni Venti.
Le opere pubblicate separatamente nelle collane pi modeste, con titoli quali Les lments du communisme oppure Piccola biblioteca marxista (probabilmente su modello degli Elementarbcher des Kommunismus, pionieristica iniziativa tedesca, edita fino al 1933), comprendevano il Manifesto, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza, Salario, prezzo e profitto, La guerra civile in Francia, e scelte di scritti su argomenti adatti alle circostanze, come per esempio le polemiche degli anni Trenta di Marx ed Engels con gli anarchici. Le opere pi ponderose di solito erano anche pubblicate in collane con titoli quali "I classici del marxismo" o "The Marxist-Leninist Library". Il catalogo di quest'ultima, pubblicata in Gran Bretagna alla vigilia della Seconda guerra mondiale, pu ben illustrare il contenuto di simili collane. Comprendeva (omettendo le opere non di Marx ed Engels): l'Anti-Dhring, Feuerbach, le Lettere a Kugelmann, La guerra civile in Francia, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, la Questione delle abitazioni di Engels, la Miseria della filosofia, una scelta del carteggio fra Marx ed Engels, la Critica del programma di Gotha, i saggi sul Capitale di Engels e un'edizione ridotta dell'Ideologia tedesca. Il primo libro del Capitale in quel periodo veniva di solito pubblicato integralmente e non in edizioni abbreviate, o riassunte, come quelle che avevano avuto successo nell'epoca socialdemocratica. Fino alla fine degli anni Trenta non sembra siano stati effettuati tentativi di pubblicare edizioni di opere scelte di Marx ed Engels, ma Mosca fece uscire una simile selezione in due (e in seguito tre) volumi, che fu distribuita in varie lingue soprattutto dopo la guerra. Dalla conclusione della MEGA fino alla comparsa dei Werke (1956-68) non sembra sia stato fatto da parte comunista alcun tentativo di produrre una raccolta di opere complete in lingue diverse dal russo. L'edizione francese non entr in lavorazione che negli anni Sessanta, quella italiana nel 1972, l'edizione inglese nel 1975, indubbiamente perch il lavoro di traduzione era vasto e difficoltoso. La fiducia riposta nell'importanza della diffusione dei testi marxisti  indicata dal fatto che il leader del Partito comunista italiano, Palmiro Togliatti, figura come traduttore di numerose versioni italiane di queste opere.
Le antologie di testi marxisti su vari temi, sia basate su selezioni effettuate in Russia che altrove, sembra fossero divenute popolari durante gli anni Trenta: Marx ed Engels sulla Gran Bretagna, Marx ed Engels sull'arte e la letteratura, sull'India, la Cina, la Spagna ecc. Tra i compendi, il pi autorevole era di gran lunga la sezione 2 del capitolo 4 della Storia del PC(b) dell'Urss.
Il Breve corso, attribuito allo stesso Stalin, divenne influente, specialmente in Paesi con poche edizioni in lingua nazionale, non soltanto per via della pressione esercitata sui comunisti affinch lo studiassero, ma anche perch la semplice e chiara esposizione lo rendeva un manuale didattico brillante ed efficace. Il suo impatto sui marxisti tra il 1938 e il 1956, e forse specialmente in Europa orientale dopo il 1945, non pu essere sottovalutato.
Negli anni Sessanta, soprattutto con il crescere di una massa di studenti e di intellettuali interessati al marxismo, nonch di vari movimenti marxisti o marxisteggianti al di fuori dei partiti comunisti, la diffusione dei testi classici cess di essere qualcosa di simile a un monopolio dell'Urss e dei partiti comunisti a essa associati. Gli editori commerciali entrarono sempre pi in questo mercato, che fossero spinti o meno dai marxisti e dai simpatizzanti presenti nelle loro redazioni. Anche il numero e la variet di editori di sinistra o "progressisti" andarono moltiplicandosi. In una certa misura, naturalmente, questo era il riflesso di un'accettazione diffusa di Marx come un "classico" in senso generale piuttosto che politico, come un autore di cui i lettori di media cultura e istruzione dovevano sapere qualcosa, a prescindere dalle loro posizioni ideologiche.  per questa ragione che in Francia fu inserito in una collana di classici come la "Pliade", cos come Il capitale era ormai da tempo pubblicato nella "Everyman's Library" britannica. Il nuovo interesse per il marxismo non era pi confinato al corpus tradizionale delle opere note. Dunque negli anni Sessanta titoli come la Critica della filosofia hegeliana del diritto, La sacra famiglia, la tesi di dottorato di Marx, i Manoscritti del 1844 e l'Ideologia tedesca erano disponibili in Paesi che fino ad allora non erano stati all'avanguardia nel campo degli studi marxiani, come la Spagna. Alcune di queste opere non venivano pi tradotte con il patrocinio comunista, per esempio le traduzioni francese, spagnola e inglese dei Grundrisse (la prima  del 1967-68, la seconda e la terza del 1973; la traduzione italiana apparve nel 1968-70).
Infine, qualche parola sulla distribuzione geografica dei classici marxiani. Alcuni testi elementari erano ampiamente tradotti anche prima della Rivoluzione d'ottobre. Dunque tra il 1848 e il 1918 il Manifesto del partito comunista apparve in ben trenta lingue, comprese tre edizioni giapponesi e una cinese, sebbene in pratica Le dottrine economiche di Karl Marx di Kautsky restassero la base principale del marxismo cinese. Per un'analisi pi completa delle fortune del Manifesto si veda il capitolo 5. Intanto il libro primo del Capitale era stato tradotto prima della morte di Engels nella maggior parte delle pi importanti lingue letterarie d'Europa (tedesco, russo, francese, danese, italiano, inglese, olandese e polacco) e in maniera non integrale soltanto in spagnolo. Prima della Rivoluzione d'ottobre fu anche tradotto in bulgaro (1910), ceco (1913-15), estone (1910-14), finlandese (1913) e yiddish (1917). In Europa occidentale alcuni restarono molto pi a lungo nelle retrovie: l'edizione in norvegese (presumibilmente ritardata perch la familiarit con il danese come lingua letteraria rendeva la traduzione meno essenziale) usc nel 1930-31, e la prima in portoghese, peraltro incompleta, nel 1962. Tra le due guerre, Il capitale penetr nell'Europa sudorientale, sebbene non in forma integrale, con le edizioni ungherese (1921), greca (1927) e serba (1933-4). Nessun serio tentativo sembra sia stato fatto per tradurlo nelle lingue dell'Urss, se si eccettua l'ucraino (1925). Una versione locale venne pubblicata nella Lettonia indipendente (1920), una tarda eco del vasto sviluppo del marxismo nell'Impero zarista. In questo stesso periodo, Il capitale penetr per la prima volta nel mondo non europeo (esclusi gli Stati Uniti) con edizioni in Argentina (1918), nonch in lingua giapponese (1920), cinese (1930-3) e araba (1939). Si pu senz'altro dire che questa penetrazione fosse strettamente connessa con gli effetti della Rivoluzione russa.
I decenni postbellici portarono a una traduzione su vasta scala del Capitale nelle lingue di Paesi con governi comunisti (rumeno nel 1947, macedone nel 1953, slovacco nel 1955, coreano nel 1955-6, sloveno nel 1961, vietnamita nel 1961-62, spagnolo, per Cuba, nel 1962). Stranamente, uno sforzo sistematico per tradurre quest'opera nelle lingue dell'Urss venne avviato solo a partire dal 1952 (bielorusso, armeno, georgiano, usbeco, azero, lituano, ugro, turkmeno e kazako). L'unica altra vasta estensione linguistica del Capitale avvenne nell'India indipendente, con estensioni in marathi, hindi e bengali negli anni Cinquanta e Sessanta.
L'ampia portata di alcune lingue internazionali (spagnolo in America latina, arabo nel mondo islamico, inglese e francese) nasconde per l'effettiva diffusione dei testi marxiani; ciononostante, si pu affermare che anche alla fine degli anni Settanta del XX secolo gli scritti di Marx ed Engels non erano disponibili nelle lingue parlate di buona parte del mondo non socialista al di fuori dell'Europa, con l'eccezione dell'America Latina. Non  questa la sede per indagare quanto accessibili o largamente diffusi fossero i testi disponibili, sebbene sia lecito supporre che, laddove non erano proibiti dai governi, circolassero nelle scuole e nelle universit, e quindi tra il pubblico, in qualunque parte del mondo, pi ampiamente di quanto non fosse mai avvenuto prima. In che misura siano stati letti o anche acquistati al di fuori di questi ambienti, non  chiaro. Rispondere a una simile domanda richiederebbe una ricerca considerevole, che al momento non  stata ancora intrapresa.
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Parte seconda. IL MARXISMO.
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CAPITOLO 9. Il dottor Marx e i critici vittoriani.
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Sin dalla comparsa del marxismo come forza intellettuale, difficilmente  passato un anno, e nel mondo anglosassone, dal 1945 in poi, nemmeno una settimana, senza che ci fosse un qualche tentativo di confutarlo. La conseguente letteratura di accusa e difesa  diventata sempre meno interessante, perch sempre pi ripetitiva. Le opere di Marx, sebbene voluminose, non sono infinite;  tecnicamente impossibile formulare al loro riguardo pi di un certo numero di critiche originali, e molte di queste sono state fatte parecchio tempo fa. L'apologeta di Marx, viceversa, si trova sempre pi a ripetere la stessa cosa, e bench si sforzi di farlo in termini nuovi, anche questo diventa impossibile. Nuovi punti di vista si possono ottenere soltanto in due modi: commentando non Marx stesso, ma i marxisti posteriori, e verificando il pensiero di Marx sulla base dei fatti venuti alla luce dopo quanto scritto dall'ultimo critico. Ma anche qui le possibilit sono limitate.
Come mai dunque il dibattito tra gli studiosi prosegue? (Che continui tra i propagandisti di entrambe le parti, per i quali l'originalit non  la preoccupazione pi urgente,  del tutto naturale.) Le idee non diventano forze finch non prendono possesso delle masse e questo, come riconoscono i pubblicitari, richiede costante ripetizione e perfino una sorta di incantesimo. Ci vale sia per coloro tra noi che considerano Marx un grande uomo e i suoi insegnamenti politicamente attraenti, sia per quanti sono di parere opposto. Tuttavia, c' un'altra ragione, ed  la pura ignoranza. L'idea che la parola stampata sopravviva  una pia illusione di chi scrive libri e articoli: ahim, questo avviene di rado. La grande maggioranza dei lavori stampati entra in uno stato di morte apparente a poche settimane o anni dalla pubblicazione, dal quale viene occasionalmente risvegliata, per periodi altrettanto brevi, dalle ricerche degli studiosi. Molti di essi sono scritti in idiomi fuori dalla portata della maggior parte dei commentatori inglesi. Ma anche quando non  cos, vengono spesso dimenticati, proprio come i primi critici borghesi di Marx in Gran Bretagna. Eppure il loro lavoro getta luce non soltanto sulla storia intellettuale del Paese nella tarda epoca vittoriana, ma sull'evoluzione generale della critica di Marx.
A colpire  soprattutto il loro tono, che differisce considerevolmente da quello che in seguito  divenuto abituale. Cos, il professor Trevor-Roper, autore nel 1956 del saggio Marxism and the Study of History,1 usava il tono tipico dell'antimarxismo in quel decennio scoraggiante. Consum una quantit di spazio per propugnare la tesi per nulla plausibile che Marx non avesse dato alcun contributo originale alla storia se non quello di "raccogliere idee gi avanzate da altri pensatori e annetterle a un grezzo dogma filosofico"; che la sua interpretazione storica fosse inutile per il passato e totalmente screditata come base per la previsione del futuro; e che non avesse esercitato alcuna influenza significativa sugli storici seri. Sempre secondo Trevor-Roper, coloro che si proclamavano marxisti o avevano scritto "quello che Marx e Lenin avrebbero definito storia sociale "borghese"" oppure erano "un esercito di ottusi chiosatori affaccendati a commentare le reciproche chiose". Insomma, la tesi comunemente accettata era che la reputazione intellettuale di Marx fosse stata grossolanamente gonfiata, poich "sconfessata da tutti i test intellettuali, l'interpretazione marxista della storia  sostenuta e irrazionalmente giustificata unicamente dalla potenza sovietica".
Gli scritti dei critici vittoriani di Marx sono in gran parte, e a ragione, dimenticati; un monito per chi di noi cerca di impegnarsi in questa discussione. Ma quando ci immergiamo in essi, troviamo un tono completamente diverso. Bisogna ammettere che per gli autori britannici mantenere la calma era insolitamente facile: non dovevano temere nessun movimento anticapitalista, non erano assillati da dubbi circa la solidit del capitalismo, e tra il 1850 e il 1880 sarebbe stato assai arduo trovare un cittadino di nazionalit britannica che si definisse socialista nel senso che oggi diamo al termine, figuriamoci marxista. Il compito di sconfessare Marx non era quindi n urgente, n di grande importanza pratica. Fortunatamente, per dirla con il reverendo M. Kaufmann, forse il primo "esperto" di marxismo non marxista, Marx era un teorico puro che non aveva tentato di mettere in pratica le proprie dottrine.2 In base agli standard rivoluzionari, pareva essere ancor meno pericoloso degli anarchici, e per questo a volte era messo a confronto con quegli attaccabrighe; un paragone a suo favore, secondo Broderick,3 e a suo svantaggio per W. Graham del Queens College di Belfast, che osservava come gli anarchici avessero "un metodo e una logica [...] che mancano nei rivoluzionaristi rivali della scuola di Karl Marx e di Mr Hyndman".4 Di conseguenza, i lettori borghesi gli si avvicinavano con tranquillit o, nel caso del reverendo Kaufmann, con uno spirito di cristiana sopportazione che ormai la nostra generazione ha perso: "Marx  hegeliano in filosofia, e un fiero oppositore dei ministri di culto. Ma nel formarci un'opinione sui suoi scritti non dobbiamo lasciarci influenzare dal pregiudizio nei confronti dell'uomo".5 Marx evidentemente ricambi la cortesia, perch corresse il resoconto di Kaufmann su di lui in un libro successivo, su istigazione di una non meglio identificata "conoscenza comune".6
Gli scritti inglesi sul marxismo, come osservato da Bonar non senza un certo compiacimento,7 mostravano cos una calma e un'imparzialit che erano gi assenti nelle discussioni tedesche sull'argomento. Pochi erano gli attacchi alle motivazioni di Marx, alla sua originalit o integrit scientifica. La trattazione della sua vita e delle sue opere era principalmente descrittiva, e laddove si era in disaccordo con lui, ci avveniva perch gli autori non avevano letto o compreso abbastanza, non perch mescolassero le accuse all'esposizione. Di certo, le loro trattazioni erano spesso lacunose. Dubito che qualcosa di anche vagamente somigliante a un utilizzabile sommario non socialista dei princpi fondamentali del marxismo, cos come li intenderemmo oggi, esistesse prima della History of Socialism di Kirkup (1900). Ma il lettore pu aspettarsi di trovare, pur con i suoi limiti, un resoconto oggettivo su chi era Marx e su dove, secondo l'autore, volesse andare a parare.
Poteva aspettarsi di trovare, soprattutto, un riconoscimento quasi universale della sua grandezza. Milner, nelle sue conferenze di Whitechapel del 1882,8 semplicemente lo ammirava. Balfour, nel 1885, riteneva assurdo paragonare le idee di Henry George con le sue, "sia rispetto alla [loro] forza intellettuale, alla [loro] coerenza, sia alla [loro] capacit di ragionamento in generale o al [loro] ragionamento economico in particolare".9 John Rae, il pi acuto dei nostri primi "esperti"10 lo trattava con altrettanta seriet. Richard Ely, un professore americano di tendenze vagamente progressiste, il cui libro French and German Socialism venne pubblicato in Inghilterra nel 1883, osservava che i buoni giudici ponevano il Capitale "sullo stesso piano di Ricardo" e che "circa le capacit di Marx le opinioni sono unanimi". W.H. Dawson11 riassunse quella che era l'opinione quasi certamente di tutti all'infuori, come notava, del misero Dhring, il quale  stato oggetto di un vano tentativo di riabilitazione da parte di critici recenti di Marx: "In qualunque modo si possano considerare i suoi insegnamenti, nessuno si arrischier a mettere in dubbio il magistrale ingegno, il raro acume, la serrata argomentazione e, lasciatemi aggiungere, la polemica incisiva che sono in mostra nelle [...] pagine [del Capitale]".*
Questo coro di lodi  meno sorprendente se ricordiamo che i primi commentatori non desideravano affatto rigettare Marx in toto. In parte perch alcuni di loro trovavano in lui un utile alleato nella lotta contro la teoria del laissez-faire, in parte perch non comprendevano le implicazioni rivoluzionarie della sua teoria, e in parte perch, essendo tranquilli, erano sinceramente disposti a giudicarlo secondo i suoi meriti; erano persino pronti, in linea di principio, ad accettare i suoi insegnamenti. Con un'eccezione: la teoria del valore-lavoro o, per essere pi precisi, gli attacchi di Marx alle giustificazioni correnti del profitto e dell'interesse. Forse le salve della critica si concentravano su questi perch l'accusa morale insita nella frase "il lavoro  la fonte di ogni valore" colpiva i fiduciosi adepti nel capitalismo pi che la predizione del suo declino e crollo. Se  cos, essi criticavano Marx proprio a causa di uno degli aspetti meno marxisti del suo pensiero, un aspetto che, sebbene in una forma pi grezza, i socialisti premarxiani, per non parlare di Ricardo, avevano gi proposto. In ogni caso, la teoria del valore era considerata "la colonna portante del socialismo tedesco e di tutto il socialismo moderno"12 e quando questa fosse caduta, il principale lavoro di critica sarebbe stato compiuto.
Tuttavia, al di l di questo, pareva chiaro che Marx avesse un grosso contributo da dare, in particolare una teoria della disoccupazione assai critica verso il rozzo maltusianesimo ancora in voga all'epoca. Le sue idee sulla popolazione e "l'esercito industriale di riserva" non soltanto erano esposte di norma senza critiche (come in Rae), ma erano a volte citate con approvazione, o addirittura adottate in parte, come dall'arcidiacono Cunningham,13 pioniere della storia dell'economia, che aveva letto il Capitale gi nel 1879,14 e William Smart di Glasgow, un altro economista la cui fama si deve alla sua opera di storia economica (Factory Industry and Socialism, 1887). Allo stesso modo, le idee di Marx sulla divisione del lavoro e le macchine incontravano una generale approvazione, per esempio da parte del recensore del Capitale su "Athenaeum", nel 1887. J.A. Hobson (Evolution of Modern Capitalism, 1894), ne era evidentemente assai colpito: tutti i suoi riferimenti a Marx sono inerenti a questo argomento. Ma anche autori pi ortodossi e ostili, come J. Shield Nicholson di Edimburgo,15 osservavano che la sua trattazione di questo e altri argomenti connessi era "sia erudita che esauriente, e vale senz'altro la pena leggerla". Inoltre, le sue tesi sui salari e la concentrazione economica non potevano essere ignorate. In effetti, taluni commentatori erano talmente ansiosi di evitare di esprimere un totale rifiuto per Marx, che William Smart scrisse la sua recensione del Capitale nel 1887 specificamente per incoraggiare i lettori, nel caso la critica alla teoria del valore li avesse dissuasi dal farlo, a studiare il libro, che conteneva molte cose "di grandissimo valore, sia per lo storico sia per l'economista".16
In un manuale elementare concepito per gli studenti universitari indiani, M. Prothero riassume in maniera abbastanza valida quello che i non marxisti vedevano in Marx; e lo fa tanto meglio in virt della sua leggera ignoranza, riflettendo cos le opinioni correnti, piuttosto che lo studio individuale. Tre cose erano evidenziate: la teoria del valore, la teoria della disoccupazione, e i meriti di Marx come storico, il primo a notare che "la struttura economica dell'attuale societ capitalistica si  sviluppata dalla struttura economica della societ feudale".17 Di certo Marx ebbe il suo maggiore impatto come storico, e tra gli economisti con un approccio storico alla loro disciplina. (Fino a questo punto non aveva ancora influenzato quasi per nulla gli storici inglesi di professione, non economisti, che erano ancora immersi nella routine della storia puramente costituzionale, politica, diplomatica e militare.) Nonostante quanto affermato da autori recenti, in realt tra coloro che leggevano Marx non c'era disaccordo circa la sua influenza. Foxwell, un antimarxista tanto accanito quanto poteva esserlo un accademico negli anni Ottanta dell'Ottocento, lo menzionava, ritenendo che ci fosse una cosa naturale, tra gli economisti che avevano "maggiormente influito sugli studiosi seri di questo Paese" e tra gli artefici di un notevole progresso nel "sentire storico" di questo periodo.18 Anche quanti respingevano la "peculiare e, a mio parere, erronea teoria del valore esposta nel Capitale" ritenevano che i capitoli storici dovessero essere giudicati diversamente.19 Pochi dubitavano del fatto che, grazie allo stimolo di Marx, "stiamo cominciando ora a vedere che grandi parti della storia dovranno essere riscritte in questa nuova luce",20 apparentemente ignorando la dimostrazione del professor Trevor-Roper, secondo cui tale impulso non veniva da Marx, bens da Adam Smith, Hume, Tocqueville o Fustel de Coulanges. Bosanquet21  convinto che "la visione economica o materialista della storia"  "principalmente legata al nome di Marx", sebbene "possa anche essere illustrata da molte asserzioni di Buckle e Le Play". Bonar, pur negando specificamente che Marx abbia inventato il materialismo storico, a questo proposito cita giustamente come pioniere il pensatore settecentesco Harrington,22 trova per nuove e sorprendenti le seguenti affermazioni marxiste: che "la stessa Riforma sia da imputarsi a cause economiche, che la durata della Guerra dei trent'anni fosse dovuta a cause economiche, le Crociate alla bramosia feudale di terre, e che l'idea di Cartesio che considera gli animali alla stregua di macchine potesse essere messa in relazione con la crescita del sistema manifatturiero".23
Naturalmente l'influenza di Marx era pi marcata tra gli storici britannici dell'economia, dei quali soltanto Thorold Rogers pu essere considerato del tutto insulare nell'ispirazione. Come abbiamo visto, Cunningham, a Cambridge, lo aveva letto e apprezzato sin dai tardi anni Settanta dell'Ottocento. Gli oxfordiani, probabilmente in ragione della pi forte tradizione germanica tra i seguaci locali di Hegel, lo conoscevano prima ancora che si costituissero dei gruppi marxisti inglesi, sebbene si dia il caso che la critica incidentale di Toynbee verso la sua indagine storica (The Industrial Revolution) fosse sbagliata.24 George Unwin, forse il pi brillante storico dell'economia inglese della sua generazione, si dedic a questa disciplina per via di Marx, o ad ogni modo per confutarlo. Ma non dubit mai del fatto che "Marx cercava di arrivare al tipo giusto di storia. Gli storici ortodossi ignorano tutti i fattori pi significativi dello sviluppo umano".25
Tanto meno vi era gran disaccordo sui suoi meriti come storico del capitalismo. (Il recensore su "Athenaeum" trovava le tesi sui primi periodi "insoddisfacenti e molto superficiali", ma erano comunemente trascurate e anzi, la maggior parte delle intuizioni pi brillanti di Marx ed Engels allora non erano ancora disponibili a un pubblico pi vasto.) Anche la pi estesa e ostile critica britannica del suo pensiero, il Socialism di Flint (1895, scritto soprattutto nel 1890-1), ammette: "L'unico contributo memorabile di Marx come teorico della storia  stato la sua analisi e interpretazione dell'epoca capitalista, e qui bisogna riconoscere che ha reso un servizio importante anche per coloro che considerano la sua analisi pi sottile che accurata, e le sue interpretazioni pi ingegnose che vere".26
Flint era in buona compagnia sia riguardo la sua diffidenza tutta britannica nei confronti della "tendenza a un ragionamento eccessivamente sofisticato",27 sia nel riconoscere i meriti di Marx come storico del capitalismo, in particolare del capitalismo dell'Ottocento. Oggi  pratica diffusa gettare dubbi sull'erudizione, l'integrit e l'uso delle fonti di Marx e di Engels,28 ma i contemporanei non esplorarono affatto questo percorso critico, poich pareva loro evidente che i mali denunciati da Marx erano fin troppo reali. Kaufmann parlava a nome di molti quando osserv che "sebbene ci presenti soltanto il lato squallido della vita sociale contemporanea, non lo si pu accusare di travisamento intenzionale".29 Llewellyn-Smith riteneva che "bench Marx abbia dipinto un quadro a tinte fosche, ha reso un grande servizio richiamando l'attenzione sulle caratteristiche pi cupe dell'industria moderna, davanti alle quali  inutile chiudere gli occhi".30 Shield Nicholson pensava che la sua trattazione fosse per certi versi esagerata, ma anche che "alcuni dei mali sono cos grandi che l'esagerazione sembra impossibile".31 Anche gli attacchi pi feroci alla sua buona fede come studioso non osavano sostenere che Marx avesse dipinto di nero un quadro bianco, o anche grigio, ma al massimo che, per quanto neri fossero i fatti, questi contenevano a volte delle "striature argentee" di prove cui Marx non aveva prestato attenzione.32
E quel tono moderno di ansia isterica era completamente assente nella prima critica borghese a Marx? No. Dal momento in cui in Gran Bretagna apparve un movimento socialista ispirato al marxismo, inizi anche a comparire una critica contro Marx di stampo moderno, che tentava di screditare e confutare senza cercare di comprendere. In parte si trattava di testi pubblicati sul continente tradotti in inglese, soprattutto dalla met degli anni Ottanta. Venivano ora tradotte opere di tono ostile, come Socialism of Today di Laveleye (1885) o The Quintessence of Socialism di Schffle (1889). Ma anche l'antimarxismo nazionale prese a germogliare, in particolare a Cambridge, il centro principale degli studi economici universitari. Il primo attacco serio alla dottrina di Marx, come abbiamo visto, venne proprio da due docenti di Cambridge nel 1885 (Tanner e Carey), bench Llewellyn-Smith di Oxford - un luogo all'epoca assai meno "antimarxista" - non ne facesse un dramma, limitandosi semplicemente a osservare, qualche anno dopo, che "le citazioni [di Marx] dai Blue Books sono assai importanti e istruttive, quantunque non sempre degne di fiducia".33  il tono denigratorio piuttosto che i contenuti dei critici di Cambridge a risultare interessante: frasi come "le espressioni algebriche ibride" del Capitale o "una sconsideratezza quasi criminale nell'uso delle fonti, che ci autorizza a guardare ad altre parti del lavoro di Marx con sospetto"34 indicano, almeno in materia di economia, qualcosa di pi che non la semplice disapprovazione accademica. In realt, quello che irritava Tanner e Carey non era tanto il suo utilizzo delle testimonianze - si guardarono bene dall'avanzare l'"accusa di deliberata falsificazione [...] in special modo poich la falsificazione non sembra cos necessaria" (ossia, visto che i fatti erano comunque di per s sufficientemente cupi) - quanto "l'iniquit di tutto il suo atteggiamento nei confronti del capitale".35 I capitalisti sono migliori di come Marx li dipinge, egli  ingiusto nei loro confronti, quindi dobbiamo essere ingiusti con lui. Questa, in generale, sembra la base dell'atteggiamento dei critici.
All'incirca nello stesso periodo, Foxwell di Cambridge svilupp l'ormai nota tesi secondo cui Marx era uno stravagante con la parlantina sciolta che poteva piacere solo agli immaturi, in particolare tra gli intellettuali; un uomo, a dispetto degli avvertimenti di Balfour, che si poteva accomunare a Henry George: "[Il] Capitale era ben calcolato al fine di suscitare l'entusiasmo piuttosto dilettantesco di coloro abbastanza istruiti da rendersi conto della penosa condizione dei poveri e da esserne disgustati, ma non abbastanza pazienti o accorti da trovare le vere cause di questa miseria, n sufficientemente esperti da cogliere l'assoluta vanit dei rimedi da ciarlatano proposti in modo tanto retorico ed efficace".36 "Dilettantesco", "non abbastanza pazienti o accorti", "assoluta vanit", "ciarlatano", "retorico": la carica emotiva si accumula nel lessico del critico. A Foxwell dobbiamo inoltre (attraverso l'austriaco Menger) lo sdoganamento del gioco di societ tedesco di attaccare l'originalit di Marx e di considerarlo un saccheggiatore di Thompson, Hodgskin, Proudhon, Rodbertus, o qualsiasi altro autore che venisse in mente al critico. I Principles di Marshall (1890) lo riportarono in una nota, anche se il pungente riferimento alla dimostrazione di Menger sulla mancanza di originalit di Marx venne abbandonato dopo la quarta edizione (1898). L'idea che Rodbertus e Marx - i due erano spesso accomunati - avessero "soprattutto esagerato o tratto conclusioni dalle dottrine di altri economisti"37 o che qualche altro pensatore precedente, come Rodbertus38 o Comte,39 avesse gi detto prima e assai meglio quello che Marx voleva dire sulla storia, ci conduce in un universo familiare. Lo stesso Marshall, il pi grande degli economisti di Cambridge, mostrava la consueta commistione di marcata ostilit emotiva verso Marx e di altrettanto marcata ambiguit.* Ma in generale, nel XIX secolo, gli antimarxisti radicali rimasero una minoranza, e da allora in poi, per una generazione, furono inclini a seguire la linea marshalliana del dileggio indiretto piuttosto che dell'attacco frontale. Questo anche perch il marxismo perse rapidamente quell'influenza in grado di provocare discussioni.
Strano a dirsi, la critica equanime al marxismo si rivel molto pi efficace di quella isterica. Poche critiche sono state pi efficaci di quella di Philip Wicksteed nell'articolo Das Kapital, a criticism, apparso nella rivista socialista "To-Day" nell'ottobre del 1884. Era scritta con garbo e simpatia, ed esprimeva un totale apprezzamento per "quella grande opera", "quella parte notevole" in cui Marx discute del valore, per "quel grande logico" e anche per i "contributi di estrema importanza" di cui Wicksteed riteneva Marx fosse stato artefice nell'ultima parte del libro primo. Ma, qualunque cosa si pensi ora dell'approccio puramente marginalista alla teoria del valore, l'articolo di Wicksteed contribu a creare tra i socialisti la sensazione errata che la teoria del valore in qualche modo non fosse rilevante per la giustificazione economica del socialismo pi di quanto non fecero le diatribe emotive di un Foxwell o di un Flint ("il pi grosso fallimento della storia dell'economia"). Fu in un gruppo di discussione tenutosi ad Hampstead che Wicksteed, Edgeworth,** un altro marginalista che evitava l'emotivit, Shaw, Webb, Wallas, Olivier e alcuni altri discussero Il capitale, che maturarono gran parte dei Saggi fabiani. E se, qualche anno dopo, Sidgwick pot parlare di un "fondamentale pasticcio [di Marx] [...] che il lettore inglese, penso, non occorra perda tempo a esaminare, poich i pi capaci e influenti tra i socialisti inglesi ora si premurano di starne alla larga"40 non era per via dello scherno di Sidgwick che lo facevano, bens per l'argomentazione di Wicksteed, e forse, potremmo aggiungere, per l'incapacit dei marxisti britannici di difendere l'economia politica marxiana dai suoi critici. I lavoratori continuarono a insistere nel loro interesse per il marxismo, e si rivoltarono contro la prima Workers Educational Association (Associazione per l'istruzione dei lavoratori) perch non lo insegnava; tuttavia, il marxismo non sarebbe tornato in vita come forza accademica finch gli eventi non avessero dimostrato che la fiducia dei critici di Marx nelle loro teorie era mal riposta, o eccessiva. Ed  improbabile che possa scomparire di nuovo dalla scena accademica.
Nota - Marshall e Marx
Non sembra che Marshall all'inizio avesse un'opinione precisa su Marx. L'unico riferimento in Economics of Industry (1879)  di carattere neutro, e anche nella prima edizione dei Principles vi sono indizi (p. 138) che a un certo punto il pericolo per il capitalismo rappresentato da Henry George lo preoccupasse di pi di quello rappresentato da Marx. I riferimenti a Marx nei Principles sono i seguenti: 1) Una critica della sua "dottrina arbitraria" secondo cui il capitale  solo quello che "d a chi lo possiede l'opportunit di depredare e sfruttare gli altri"  (p. 138). (Dalla terza edizione del 1895 questo concetto viene trasposto ed elaborato.) 2) L'affermazione che gli economisti dovrebbero evitare il termine "astinenza" scegliendo invece qualcosa come "attesa", perch - almeno  cos che interpreto l'aggiunta di una nota a pi di pagina a questo punto - "Karl Marx e i suoi seguaci si sono assai divertiti a considerare le accumulazioni di ricchezza che derivano dall'astinenza del barone Rothschild" (pag. 290). (Questo riferimento scompare dall'indice della terza edizione, sebbene non dal testo.) 3) L'asserzione che Rodbertus e Marx non sostenevano tesi originali dichiarando che "il pagamento di interessi  un furto al lavoro", idee criticabili in quanto si risolvono in un circolo vizioso, bench "avvolte nelle misteriose frasi hegeliane che deliziavano Marx" (pp. 619-20). (Nella seconda edizione del 1891 si compie il tentativo di sostituire un sommario della dottrina dello sfruttamento di Marx alla precedente caricatura di essa.) 4) Una difesa di Ricardo contro l'accusa di essere un teorico del valore-lavoro, come falsamente affermato non soltanto da Marx, ma anche dai non marxisti male informati. (Questa difesa viene progressivamente elaborata nelle edizioni successive.) Va ricordato che Marshall nutriva troppa ammirazione per Ricardo per desiderare di sbarazzarsene come antenato dei teorici socialisti, mentre parecchi altri economisti, per esempio Foxwell, erano pronti a farlo. Ma il compito di dimostrare che Ricardo non era un teorico socialista  complesso, come pare si sia reso conto egli stesso. Notiamo cos non soltanto che tutti i riferimenti di Marshall a Marx sono critici o polemici - l'unico merito che gli riconosce, dal momento che viveva in epoca prefreudiana,  di avere buon cuore -, ma anche che la sua critica sembra basarsi su uno studio degli scritti di Marx assai meno approfondito di quanto sia lecito attendersi, o di quello intrapreso da stimabili economisti accademici contemporanei.
* I lettori potranno trovare alcune di queste opinioni nell'Appendice di Dona Torr alla ristampa del 1938 del Capitale, libro I. Ma la Torr ha naturalmente consultato soltanto una piccola parte della letteratura esistente.
* Le sue idee sono discusse pi in esteso in una Nota speciale alla fine del saggio.
** Edgeworth, che non si era mai preso la briga di studiare Marx seriamente, sembra aver condiviso il completo rifiuto e l'avversione per Marx degli economisti di Cambridge (Collected Papers, III, p. 273 e segg., in una recensione scritta nel 1920). Tuttavia, non esistono prove che abbia espresso pubblicamente questa opinione nel XIX secolo.
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FINE Parte 2.